Martina Marchiò

Martina Marchiò

Referente medica e Vicepresidente MSF

Per fermare il virus Ebola bisogna interrompere proprio ciò che ci rende umani

Martina Marchiò

Martina Marchiò

Referente medica e Vicepresidente MSF
Per fermare il virus Ebola bisogna interrompere proprio ciò che ci rende umani

Dopo l’Italia, la Repubblica Democratica del Congo è il luogo che sento più vicino all’idea di casa. Forse perché ci ho vissuto due anni. Forse perché qui le persone hanno il dono raro di farti sentire parte di una famiglia allargata fin dal primo incontro. O forse perché la natura ha una forza che travolge: rigogliosa, intensa, impossibile da ignorare. 

Alle spalle del centro di trattamento per Ebola di Medici Senza Frontiere, le colline si accendono di un verde brillante. Al mattino una nebbiolina fitta le avvolge, sfumandone i contorni e rendendole quasi irreali. È un paesaggio di una bellezza disarmante, in contrasto con ciò che accade ogni giorno all’interno del centro. 

L’Ebola è una malattia subdola. Si trasmette attraverso il contatto con i fluidi corporei di una persona infetta e colpisce, prima di tutto, chi le è più vicino: i familiari, gli amici, le persone amate. Per fermare il virus bisogna interrompere proprio ciò che ci rende umani: gli abbracci, le strette di mano, i baci, il dormire nello stesso letto, il condividere gli oggetti più comuni, persino l’allattamento materno. 

Qualche giorno fa è arrivata al centro di trattamento di Medici Senza Frontiere un’intera famiglia: il nonno, le figlie, le nipoti. Tutti positivi. Tutti malati. La nonna era morta alcuni giorni prima ed era stata lei, senza saperlo, a trasmettere il virus ai suoi cari. 

Poco dopo è arrivata un’altra donna. Era al secondo trimestre di gravidanza, aveva forti contrazioni e un’importante emorragia. È morta. La sua famiglia è stata accompagnata durante quella che qui viene chiamata una “sepoltura degna e sicura”. È un’espressione che racchiude insieme rispetto e dolore. Il corpo di una persona deceduta per Ebola rappresenta infatti il momento di massima contagiosità. Per proteggere chi resta, sono necessarie procedure rigidissime, difficili da accettare per i familiari che vorrebbero solo salutare il proprio caro. 

Le donne in gravidanza sono tra le categorie più vulnerabili e spesso non sopravvivono. 

L’epidemia continua a colpire la provincia dell’Ituri. Ogni controllo della temperatura è vissuto con paura. Ogni febbre scatena il timore di essere trasferiti nel centro Ebola e di non uscirne più. Molti, qui, raccontano la stessa paura: entrare con le proprie gambe e uscire dentro un sacco bianco. 

Eppure, qualcuno guarisce. Qualcuno riesce a vincere la battaglia contro questo virus invisibile che sconvolge ogni certezza e riscrive le regole della cura, dell’assistenza e persino delle relazioni umane. 

Anche i gesti più semplici diventano complessi: visitare un paziente, misurare i parametri vitali, inserire un ago in una vena, eseguire una trasfusione. Ogni movimento deve essere pianificato, verificato, eseguito con precisione assoluta. Qui non esistono automatismi. Ogni gesto richiede tempo, attenzione e consapevolezza. 

L’Ebola è un’emergenza che corre veloce, ma insegna una lezione controintuitiva: per salvare una vita bisogna rallentare. Fermarsi un istante prima di ogni azione, riflettere, rispettare ogni procedura. In un luogo dove tutto sembra chiedere di fare in fretta, è proprio la lentezza a fare la differenza tra il contagio e la salvezza. 

E ogni volta che esco dal centro e alzo lo sguardo verso quelle colline immerse nella nebbia, penso al paradosso di questa terra. Così generosa e così ferita.

La Repubblica Democratica del Congo continua a insegnarmi che la forza non è l’assenza della paura, ma la capacità di continuare a prendersi cura degli altri anche quando ogni gesto può avere un prezzo altissimo. Forse è anche per questo che, dopo l’Italia, continuo a chiamarla casa. 

Share via
Share via