Solo vita.
Il mio ultimo regalo prima di lasciare la Repubblica Democratica del Congo me lo ha fatto Esther.
Esther ha lottato tanto. Sedici giorni senza mollare il colpo, anche quando l’Ebola ha provato a strapparla via da questa vita. Ha lottato quando pensava che non sarebbe più guarita, quando la malattia le toglieva il sonno, la fame, le forze.
Ce l’ha fatta.
Esther è la dodicesima persona guarita in questa manciata di settimane nel centro di trattamento Ebola in mezzo alla foresta.
Su questo aereo che mi porta da Bunia a Kinshasa penso a lei. Forse perché non sono mai stata così stanca, così sporca, così svuotata. E allora, mentre guardo le nuvole dal finestrino, a riempirmi gli occhi arriva il viso di Esther.
Arriva la gioia di aver ballato tutti insieme per celebrare il suo ritorno nel mondo. Abbiamo pestato i piedi a terra, sollevando la polvere, per sentirla tutta, la vita. Pestava i piedi anche Esther. Con le ossa sporgenti, i denti bianchi in un sorriso enorme, gli occhi cerchiati dalla fatica.
Ha ringraziato Dio. Ha cantato. Ha battuto le mani ancora più forte.
«Torno a casa!» ha detto. E anche io torno a casa.
Mentre i casi di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo sono ormai più di 7.000 e i morti oltre 3.500. Mentre l’epidemia continua a spostarsi e ad allargarsi geograficamente.
Quattro mesi di Ebola. Due mesi vissuti qui, in questa terra che continua a tirarmi a sé. Una casa in cui, in qualche modo, torno sempre.
Ebola mi ha insegnato che la vita continua anche senza di noi. E allora bisogna sentirla tutta, fino in fondo.
Sentirla quando fa bene. Sentirla quando fa male. Quando ci spezza. Quando ci sembra di non trovare più il nostro posto.
Sono stati due mesi intensi. Senza abbassare mai la guardia, sempre lucida, sempre attenta. Due mesi senza abbracciare un altro essere umano, senza stringere una mano, sempre a distanza.
L’altro giorno, prima di entrare nella zona rossa, dopo aver indossato tutti i dispositivi di protezione, un collega mi ha guardata e mi ha detto: «Possiamo abbracciarci adesso, lo sai?» Ho riso da dietro la mascherina, e ci siamo abbracciati. Con la tuta gialla, il grembiule, i guanti, gli occhiali, la mascherina. L’ho sentito tutto quell’abbraccio.
Poi siamo entrati ancora una volta nella zona rossa. Sempre in due, sempre guardandoci le spalle a vicenda. Anche questo mi ha insegnato Ebola: l’importanza di fidarsi dell’altro, di sapere che non sei solo.
Fa paura pensare che ciò che può ucciderti è invisibile, che può essere ovunque, che una volta contagiata hai una possibilità su due di non tornare a casa.
E allora ho respirato a pieni polmoni ogni volta che ho tolto quel tutone giallo. Ho guardato il cielo e ho pensato una cosa semplicissima: Sono viva. Siamo vivi.