(di Giuliano Battiston, giornalista e ricercatore freelance, socio di Lettera22. Da un dialogo con Giuseppe De Mola, advocacy officer MSF Italia)
Ho seguito la vicenda dell’attacco delle forze statunitensi all’ospedale di MSF a Kunduz, nel 2015. A distanza di anni, ciò che colpisce di più è la completa impunità dei responsabili di quell’attacco: gli Stati Uniti riconobbero l’errore, ma si opposero a un’indagine indipendente sull’accaduto.
È un elemento ricorrente nella storia dell’Afghanistan, quello della rimozione delle colpe: i Talebani, alla presa del potere, nel 2021, hanno concesso un’amnistia agli avversari, ma non hanno riconosciuto le proprie responsabilità, che sono tante: per loro, riacquisire la sovranità nel Paese ha giustificato qualsiasi azione.
Quasi ogni famiglia afghana porta con sé una richiesta di giustizia che continua a rimanere inevasa, e questo grumo di ingiustizie irrisolte, dal colpo di Stato del 1978, all’invasione sovietica del 1979 fino all’arrivo degli americani nel 2001, ha continuato a crescere. Ogni governo che si è succeduto ha derubricato come secondaria la questione della giustizia, che invece rimane sottotraccia, alimentando l’insoddisfazione e la frustrazione, come un fuoco che cova sotto la cenere.
Il riconoscimento dell’Emirato da parte della comunità internazionale
Noi qui dall’Occidente, da Roma, da Bruxelles, consideriamo l’Emirato islamico come isolato. Non è così.
Pochi giorni fa, il ministro degli esteri afghano, Amir Khan Muttaqi, era a Nuova Delhi per stringere un’alleanza con un governo che fino a pochi anni fa era considerato nemico. I Talebani stanno cementando le relazioni con i governi regionali anche per evitare che essi sostengano le forze dell’opposizione armata, quei gruppi che chiamavamo dell’“Alleanza del Nord”, che in passato avevano base in Tagikistan e ricevevano appoggi proprio dall’India e dalla Russia.
Il 15 agosto, quando l’Emirato ha festeggiato i quattro anni dalla presa del potere, nelle ambasciate afghane a Istanbul, a Pechino, ci sono state grandi celebrazioni alla presenza di rappresentanti importanti di quei Paesi.
L’unica eccezione è costituita dal Pakistan: nelle scorse settimane ci sono stati duri scontri che hanno causato decine di morti tra i rispettivi eserciti a causa di una linea di confine che i Talebani – così come ogni altro governo afghano in passato – non riconoscono.
Lo scorso luglio, la Russia, primo Paese al mondo, ha riconosciuto ufficialmente l’Emirato islamico d’Afghanistan, prima di sottoscrivere accordi di cooperazione nei settori del commercio, dei trasporti, dell’aviazione e dell’energia.
I rapporti dell’Emirato con la comunità internazionale euro-atlantica sono più conflittuali, almeno sulla carta. L’Europa alza la voce, pretendendo di non voler interloquire con i Talebani e poi cerca un accordo per il rimpatrio dei rifugiati afghani presenti nei propri Paesi. A luglio, Berlino ha organizzato un volo per il rimpatrio di ottantuno afghani, con la mediazione del Qatar, che aveva già facilitato un’operazione simile nel 2024. Il governo tedesco sarebbe vicino a concludere un accordo con le autorità talebane per ripristinare voli regolari per il rimpatrio dei cittadini afghani espulsi dalla Germania, senza che questo implichi un riconoscimento politico del regime.
In ottobre, diciannove Paesi dell’Unione europea insieme alla Norvegia hanno indirizzato una lettera al Commissario per gli Affari interni e la Migrazione, Magnus Brunner, chiedendo un meccanismo comune per coordinare le espulsioni dei cittadini afghani che non abbiano il diritto legale di restare nell’Unione o che siano stati condannati per reati. L’Italia è tra i firmatari della lettera. Il portavoce della Commissione UE, Markus Lammert, ha confermato che sono stati avviati “contatti esplorativi a livello tecnico” con le autorità afghane, in coordinamento con il Servizio europeo per l’Azione esterna (SEAE). La proposta dei venti Paesi prevede un ruolo determinante dell’agenzia “Frontex” nell’esecuzione dei rimpatri volontari, anche attraverso programmi di reintegrazione finanziati dall’UE.
La crisi economica
I Talebani hanno ereditato un Paese la cui spesa pubblica era finanziata per il 75% da fondi stranieri, fondi che sono stati azzerati al cambio di regime, quattro anni fa. Gli stranieri – la comunità euro-atlantica e gli Stati Uniti in particolare – hanno prima alimentato artificialmente il Paese, le sue istituzioni e la sua rete di servizi, per poi, in maniera repentina, interrompere qualunque forma di sostegno allo sviluppo e ridurre fortemente gli aiuti umanitari, causando una gravissima contrazione economica. Quest’ultima risulta ulteriormente aggravata dal congelamento dei fondi della Banca centrale afghana depositati all’estero, una misura che priva milioni di cittadini afghani della possibilità di accedere ai propri risparmi e che, insieme alle sanzioni, ha isolato il sistema bancario e ostacolato le operazioni economiche, commerciali e finanziarie.
L’ultimo rapporto della Banca Mondiale stima per il 2025 una crescita del 3,5% del Prodotto interno lordo, ma la bilancia commerciale rimane squilibrata: il Paese importa molto ed esporta pochissimo, il deficit commerciale a maggio è stato superiore di quasi il 40% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.
L’economia si regge per lo più sulla concessione di licenze per le estrazioni minerarie – alla Cina in primo luogo – e su un sistema di tassazione spinto fino al limite.
Sono venuti meno gli introiti derivati dalla produzione e dal commercio di oppio: dal 2022, un bando esteso a tutto il Paese ha portato alla contrazione del 90% della produzione. Milioni di contadini sono stati privati dell’unica fonte di reddito, in mancanza di entrate alternative.
Anche i benefici delle rimesse dall’estero sono stati fortemente ridimensionati dal rientro, solo nell’ultimo anno, di 2 milioni e mezzo di afghani, per lo più da Iran e Pakistan. Si prevede che altrettanti ne possano rientrare in tempi relativamente brevi, anche per le politiche di rimpatrio forzato volute da Teheran, andando a costituire un peso ulteriore per l’economia e per i servizi pubblici, già assai deboli e insufficienti a soddisfare i bisogni di base della maggioranza della popolazione, che sconta una gravissima crisi umanitaria.
La crisi climatica e idrica
Nel 2025 sono state registrate precipitazioni inferiori alla media in quasi tutte le province, una tendenza che dovrebbe persistere fino alla fine dell’anno. Il 16 giugno, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) ha pubblicato un rapporto in cui si osserva che il 79% degli sfollamenti interni in Afghanistan, da gennaio a marzo 2025, è stato causato da rischi ambientali.
Anche in questo ambito, il Paese sconta lo stallo politico con l’Occidente. L’Afghanistan è tra i dieci Paesi al mondo più vulnerabili agli effetti della crisi climatica, anche se tra quelli che meno hanno contribuito e contribuiscono alle emissioni di gas serra. Eppure, alla COP30 che ha preso avvio in Brasile, non è stato invitato alcun rappresentante della NEPA, la “National Environmental Protection Agency”, l’ente nazionale deputato ai problemi ambientali, rimasto senza finanziamenti e senza assistenza tecnica, come spiegatomi da alcuni funzionari in occasione del mio ultimo viaggio a Kabul.
Le aree urbane hanno continuato a subire un impoverimento delle falde acquifere. Secondo proiezioni dell’UNICEF, quelle di Kabul si esauriranno entro il 2030, causando potenzialmente lo sfollamento di 3 milioni di residenti. Le stesse stime delle Nazioni Unite indicano che quasi la metà dei pozzi trivellati di Kabul, la principale fonte di acqua potabile per i residenti della città, sono già prosciugati. Fino all’80% delle acque sotterranee della capitale è contaminato da liquami, tossine e livelli elevati di sostanze chimiche come arsenico e nitrati. La mancanza di acqua potabile ha costretto alla chiusura di scuole e strutture sanitarie in diversi sobborghi di Kabul.
Il prezzo dell’acqua, per chi non ha accesso a quella dei pozzi, è aumentato in modo esorbitante, mettendo ulteriormente sotto pressione gli abitanti.
L’“apartheid di genere” e la sentenza della Corte Penale Internazionale
In Afghanistan, stiamo assistendo a una progressiva, graduale, ma sistematica riduzione dello spazio pubblico e dei diritti per le donne. La loro esclusione dall’istruzione secondaria e superiore, le severe restrizioni delle libertà fondamentali, tra cui la libertà di movimento, l’accesso al lavoro e la partecipazione alla vita pubblica, equivalgono per molti a un vero e proprio “apartheid di genere”, che pone una pesantissima ipoteca anche sul futuro del Paese, sulla sua capacità di crescita sociale ed economica.
Un rapporto dell’“Ente delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’emancipazione femminile” (UN-Women) pubblicato lo scorso giugno, indica una disparità del 76% tra donne e uomini in relazione a indicatori in cinque aree fondamentali dello sviluppo umano: salute; istruzione; lavoro e inclusione economica; partecipazione ai processi decisionali; affrancamento dalla violenza.
Tali politiche discriminatorie dipendono da una componente della leadership talebana, quella più vicina alla guida suprema, Haibatullah Akhundzada, e alla cerchia di clerici che ruotano intorno a lui, che hanno come braccio operativo il Ministero per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio. La discriminazione di genere è osteggiata da altre fazioni al potere, anche perché costituisce il motivo principale che pregiudica qualunque tentativo di riavvicinamento tra i Talebani e la comunità internazionale occidentale.
L’8 luglio, la Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato di arresto nei confronti del leader talebano, Haibatullah Akhundzada, e del presidente della Corte suprema, Abdul Hakim Haqqani, avendo riscontrato motivi ragionevoli per ritenere che essi “abbiano commesso– ordinando, inducendo o sollecitando – crimini contro l’umanità di persecuzione per motivi di genere nei confronti di ragazze, donne e altre persone non conformi alla politica talebana in materia di genere e identità”.
Una decisione ben accolta in particolare dai membri della diaspora, che l’hanno giudicata simbolicamente molto significativa, perché è come se dicesse alle donne afghane, “Guardate che l’Occidente non si è dimenticato di voi”.
Secondo l’associazione afghana “Rawadari” – che svolge attività di monitoraggio sulla negazione dei diritti in Afghanistan e che, insieme ad altre organizzazioni, ha promosso di recente una delle sessioni del Tribunale Permanente dei Popoli della “Fondazione Basso” – l’azione della Corte Penale Internazionale “rappresenta un passo importante verso l’obbligo di assicurare alla giustizia i responsabili dei crimini commessi in questo Paese”. Ma l’associazione enfatizza anche la necessità di indagare su tutti i crimini commessi in Afghanistan nella storia recente, inclusi quelli di cui si sono macchiati l’esercito della vecchia repubblica, le forze armate statunitensi e gli squadroni della morte della CIA.
Lo stesso giorno dell’emissione dei mandati di arresto, un portavoce dell’Emirato ha dichiarato pubblicamente che le autorità afghane non riconoscono la Corte Penale Internazionale, né hanno obblighi nei suoi confronti, aggiungendo che le sue decisioni non hanno “alcun impatto sulla determinazione e sulla posizione dell’Emirato islamico”.
Per qualche governo, quei mandati di arresto non cambieranno la natura delle relazioni con l’Emirato islamico, ma per altri potrebbero costituire un disincentivo alla normalizzazione dei rapporti.
La cultura al tempo dei Talebani
All’inizio di giugno del 2021, poche settimane prima che i Talebani prendessero il potere, ero a Kārte Seh, un quartiere pieno di caffè frequentati all’epoca da studenti. Intervistavo due registi, Sahraa Karimi, che era stata per due anni presidente dell’Agenzia nazionale cinematografica afghana – la prima volta che quell’ incarico era stato assegnato a una donna – e Hezbullah Sultani, un giovane regista che presentava in quei giorni un suo cortometraggio al marché du film del Festival di Cannes.
La presa del potere da parte dei Talebani appariva solo una questione di tempo e chiesi loro cosa ne pensassero. Sahraa Karimi, una donna che aveva vissuto molti anni in Repubblica Ceca dove si era laureata in cinematografia, mi rispose che con i Talebani “non c’era assolutamente modo di trovare una piattaforma comune”. Hezbullah Sultani, che invece aveva sempre vissuto in Afghanistan, mi disse queste parole: “Loro sono afghani come noi e dicono di volere il bene del nostro Paese: troveremo un terreno di confronto”.
Poche settimane dopo, i Talebani arrivarono a Kabul: Sahraa Karimi riuscì a imbarcarsi su uno di quei voli che abbiamo visto in tante immagini girate all’aeroporto di Kabul. Ma anche Hezbullah Sultani decise di lasciare il Paese.
In Afghanistan non si producono più veri film, né si pubblicano veri libri. In uno dei miei ultimi viaggi, dopo il ritorno dei Talebani al potere, ho incontrato una scrittrice satirica. Adesso scrive libri per bambini: “La satira è impossibile in questo Paese, è impossibile criticare questo potere”.
Ai Talebani non piace che ci sia libertà di parola, che ci sia creatività, non piace che la si pensi diversamente da loro, sono convinti che occorra rimettere in carreggiata il Paese anche dal punto di vista della produzione culturale. Per loro – come ho potuto sperimentare di persona nel dicembre 2014, quando hanno mandato un adolescente a farsi saltare in aria durante una piece teatrale a cui assistevo – “occupazione militare e occupazione culturale sono la stessa cosa”. Anche per questo, per ovviare alla “decadenza culturale”, il Ministero per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio ha emesso dei provvedimenti contro l’uso immorale dei social media e la pubblicazione di contenuti contrari alla Sharia. L’Agenzia nazionale cinematografica afghana è stata chiusa, per decisione dello stesso ministero.
Subito dopo la presa del potere, i Talebani hanno preso di mira alcuni giornalisti locali, li hanno picchiati e in certi casi torturati, per dettare la linea e rendere chiare le proprie intenzioni. Tuttora diviene oggetto delle loro attenzioni qualche giornalista colpevole di intrattenere rapporti troppo stretti con i media stranieri, soprattutto certi media della diaspora che hanno una posizione molto critica verso i Talebani. Molte colleghe donne hanno dovuto lasciare il lavoro, a causa delle crescenti restrizioni.
Verso i giornalisti stranieri viene esercitata una politica di forte controllo: alcuni, i più conosciuti, sono ancora ammessi nel Paese, purché si occupino dei crimini risalenti al periodo della presenza degli stranieri o evitino argomenti considerati “controversi” dalle autorità.
“Meno giornalisti, più turisti”: è questo lo slogan dei Talebani oggi al potere.
Dilemma
Dobbiamo lasciar precipitare l’Afghanistan nel buio delle sue crisi, indifferenti, perché al potere ci sono i Talebani? Oppure dobbiamo fare uno sforzo e trovare forme di interazione con un governo che non ci piace, per consentire alla popolazione di uscire da uno stato di bisogno estremo e provare ad affermare i propri diritti? Io sono per questa seconda ipotesi. È una scelta difficile, che comporta l’assunzione di responsabilità e il rischio di rendersi invisi a gran parte dell’opinione pubblica, secondo cui con questi Talebani misogini non bisogna parlare. Ma se non parliamo con i Talebani, abbandoniamo l’intera popolazione afghana nelle loro mani. È un prezzo giusto da pagare sull’altare dei nostri valori che, tra l’altro, facciamo valere solo quando ci fa comodo?