Amnesty International e la guerra russo-ucraina: la “fatica” di essere imparziali

Amnesty International e la guerra russo-ucraina: la “fatica” di essere imparziali

di Riccardo Noury, Portavoce Amnesty International Italia

Da subito, Amnesty International ha preso una posizione molto netta sull’invasione dell’Ucraina da parte della Russia del 2022, definendola un crimine di aggressione, così come definito dagli Emendamenti di Kampala allo Statuto della Corte Penale Internazionale.

Come sempre, abbiamo avviato le nostre analisi attraverso missioni sul posto e utilizzando altri due metodi di ricerca: l’analisi dei contenuti, in particolare video, presenti sui social media; la ricostruzione degli eventi, da parte di un gruppo di specialisti in armamenti, partendo dai reperti presenti sul terreno (ad esempio frammenti di esplosivi, dimensioni dei crateri provocati dalle esplosioni ecc.) e dalle conseguenze provocate alle persone colpite, per risalire alla tipologia di armi utilizzate, ai combattenti coinvolti, alla catena di comando militare, fino alle responsabilità politiche.

Il comunicato dell’agosto 2022 e l’ “attacco” all’esercito ucraino

Dopo un’ottantina tra dichiarazioni, comunicati, rapporti in cui denunciavamo i crimini di guerra e le altre violazioni del Diritto Internazionale Umanitario commessi dalla Russia, in un comunicato stampa di tre pagine abbiamo riferito come, in diciannove casi specifici, le forze ucraine si fossero posizionate, senza un’effettiva necessità, troppo vicino alla popolazione e alle infrastrutture civili, esponendole al rischio di attacchi da parte dei russi, che avrebbero potuto trarne vantaggio per sostenere la legittimità degli stessi attacchi.

A parte soggetti esterni che hanno accusato Amnesty di propaganda a favore di Putin, la nostra sezione ucraina si è dissociata dal comunicato e le autorità di Kiev hanno interdetto all’organizzazione l’accesso nel Paese.

Tutto ciò ha spinto Amnesty a condurre un’analisi interna sui presupposti giuridici del comunicato, attraverso la nomina di un gruppo di esperti indipendenti che ha prodotto nei mesi successivi un rapporto. Nel frattempo, abbiamo proseguito le nostre attività di indagine e monitoraggio in Ucraina con le modalità che adottiamo abitualmente in quei Paesi dove non ci è possibile accedere (ad esempio, utilizzando immagini satellitari).

Oggi la sezione ucraina di Amnesty è di nuovo operativa, così come è di nuovo possibile per l’organizzazione svolgere attività di ricerca sul campo all’interno del Paese.

“Indesiderati” in Russia

Il 19 maggio 2025, l’Ufficio del procuratore generale russo ha dichiarato Amnesty International “organizzazione indesiderata”, tre anni dopo che le autorità russe avevano cancellato la registrazione dell’ufficio dell’organizzazione a Mosca: in pratica, Amnesty è interdetta da qualsiasi attività nel Paese. Tra le motivazioni del provvedimento, le sue denunce delle violazioni del diritto internazionale commesse dalle forze russe in Ucraina.

Qualsiasi coinvolgimento con l’organizzazione – anche una donazione minima e il possesso o la diffusione di materiale informativo – rappresenta una forma di reato che comporta inizialmente una sanzione amministrativa e, se il fatto è reiterato, il carcere.

Sulla neutralità

Come in tutti i conflitti armati, Amnesty chiede alle parti belligeranti di garantire la protezione della popolazione civile e il rispetto del Diritto Internazionale Umanitario.

Per conservare la necessaria neutralità nelle ricerche e nelle attività di advocacy, private e pubbliche, bisogna sempre mantenersi fedeli a un “vocabolario” che è quello del diritto internazionale dei diritti umani e del DIU, utilizzando terminologie che hanno un significato giuridico preciso, ad esempio per la definizione dei crimini di guerra o contro l’umanità e per quella di genocidio come abbiamo dimostrato nel recente rapporto su Gaza. Il che, per semplificare, vuol dire esaminare i fatti, accertare la loro veridicità e individuare i responsabili, facendo nomi e cognomi.

Il valore del Diritto Internazionale Umanitario e dei Diritti Umani

Quel sistema di protezione internazionale dei diritti umani, nato dopo la Seconda guerra mondiale sulla base dello slogan “Mai più”, cioè mai più quegli orrori, oggi è in crisi profonda: le regole basilari sono collassate, prima tra tutte la protezione della popolazione civile. Una crisi profonda che ricorda quella degli anni Novanta del secolo scorso, che videro due genocidi, la guerra all’Iraq dopo l’invasione del Kuwait e l’indipendenza di Timor Est raggiunta in maniera sanguinosissima.

Nella seconda metà di quel decennio ci fu una forte reazione, dal basso, con la mobilitazione dell’azione umanitaria, e dall’alto, con la nascita dei tribunali internazionali speciali, come quelli per il Rwanda e la ex Jugoslavia, e con lo Statuto di Roma e l’istituzione della Corte Penale Internazionale.

Oggi, vedo due grandi differenze rispetto agli anni Novanta. La prima è che, allora, non c’erano i social media la cui presenza polarizza molto le narrazioni, trasformando l’informazione in un’arena, con le tifoserie contrapposte. Questo l’abbiamo visto con il conflitto in Siria. La seconda differenza è che lo slogan di allora, “Non c’è pace senza giustizia”, oggi non vale più: è possibile una pace anche senza giustizia, col risultato che la giustizia, quella internazionale in questo caso, viene del tutto delegittimata.

Se a questo aggiungiamo i limiti del giornalismo, che in alcuni contesti è del tutto “embedded” rispetto alle parti belligeranti e il cui accesso in molti conflitti è del tutto interdetto, come nel caso attuale di Gaza per i media internazionali, allora le differenze rispetto al passato iniziano a essere tante e la speranza in una reazione positiva viene meno.

Per chiudere, una valutazione sul valore dell’attuale quadro normativo, il diritto internazionale dei diritti umani e il DIU. L’efficacia delle norme e degli organi di giustizia non dipendono da come sono scritte le norme, ma dalla volontà degli Stati di farle funzionare, la volontà di rispettare quelle norme e di farle rispettare e di punire chi le trasgredisce, per non diventare complici. Si tratta di un tema politico, non giuridico: dire che il DIU non funziona e che sarebbero necessari dei cambiamenti radicali, è una scusa per giustificare l’inazione e il disimpegno, nella più benevola delle ipotesi.

Questo articolo è parte della newsletter “Per Principio”, sui temi dell’azione umanitaria