di Andrea Sparro, Head of Mission, WeWorld – Siria
Negli ultimi dieci mesi, dal cambio di regime in avanti, in Siria non vi è stato alcun miglioramento delle condizioni della popolazione, anzi, se possibile, i bisogni si sono acuiti, soprattutto nelle zone rurali.
Il sistema produttivo è ancora completamente distrutto: la Siria non produce o produce pochissimo. Il sistema bancario è rimasto isolato per via delle sanzioni internazionali e manca liquidità.
La qualità delle risorse umane è carente in ogni settore, nelle scuole, negli ospedali, nell’amministrazione pubblica: le menti più brillanti hanno abbandonato il Paese già da molti anni, si spera possano tornare, ma non è per nulla scontato, soprattutto non in tempi brevi.
La situazione è resa ancor più critica dai movimenti interni di popolazione: migliaia di persone hanno abbandonato l’area di Idlib, dove si erano rifugiate durante il conflitto, ridistribuendosi in tutto il Paese; gli Alawiti, una minoranza molto vicina al governo di Assad e che aveva una forte rappresentanza nel suo esercito, si sono spostati sulla costa mediterranea, concentrandosi intorno alle città di Latakia e Tartus. Questi movimenti di massa stanno creando forti tensioni tra sfollati (nuovi e di ritorno) e comunità ospitanti.
Nei giorni successivi al cambio di regime, si è registrata a Damasco una grande affluenza di rappresentanze diplomatiche di Paesi che non erano presenti in Siria: in molti sono interessati a ritagliarsi un ruolo nella ricostruzione, anche perché potenzialmente la Siria può diventare un enorme mercato. Dal canto suo, il nuovo governo sta cercando in tutti i modi di creare alleanze politico-finanziarie, perché i bisogni così estesi e la scarsità di risorse impongono di accogliere grossi investimenti dall’estero, anche a rischio di concedere aree di influenza sul Paese a partner più o meno graditi.
La riorganizzazione del sistema degli aiuti umanitari
Il sistema degli aiuti umanitari per la Siria coordinato dalle Nazioni Unite (OCHA) è in via di riorganizzazione dopo la caduta di Assad, passando da una struttura che coordinava gli interventi degli attori umanitari presenti non solo in Siria, ma anche in Turchia e Giordania (“The Whole of Syria approach”(1)), a una struttura di coordinamento più tradizionale relativa alla sola Siria.
La stessa riorganizzazione sta interessando i canali di finanziamento: gli attuali “Syria Humanitarian Fund” (SHF) e “Syria Cross-Border Humanitarian Fund” (SCHF) confluiranno nel Fondo comune a sostegno delle operazioni umanitarie in Siria, sempre gestito da OCHA.
La speranza di nuovi finanziamenti dal Golfo
Il taglio dei fondi americani ha determinato un buco nella fornitura di servizi di base soprattutto nel nord-est e nel nord-ovest del Paese, dato che nelle aree controllate dal vecchio governo quei fondi venivano utilizzati in maniera molto limitata: molte organizzazioni, anche grosse, hanno dovuto sospendere le operazioni o attuare dei tagli significativi. Gli Stati Uniti hanno successivamente ricominciato a finanziare alcuni progetti di rilevanza strategica, senza però garantire un impegno a lungo termine.
La fatica dei donatori non riguarda solo gli Stati Uniti: negli ultimi anni, gli interventi umanitari in Siria sono stati finanziati soltanto tra il 10 e il 20% di quanto richiesto dalle agenzie delle Nazioni Unite.
Con la creazione dell’“Early Recovery Trust Fund” (ERTF), più flessibile e con vincoli minori rispetto ai fondi SHF e SCHF, vi è stato il tentativo da parte delle Nazioni Unite di portare in Siria donatori dall’area del Golfo. Questo progetto ha subito un rallentamento con il cambio repentino di regime. Paesi del Golfo stanno finanziando alcune agenzie delle Nazioni Unite per lo sviluppo, la coesione sociale e la ricostruzione, ma non vi è ancora una presenza massiccia di fondi provenienti direttamente da quell’area, né sono tante le ONG che vi hanno accesso: quei Paesi, però, sono visti come la nuova frontiera dei finanziamenti per gli interventi umanitari.
Nei prossimi anni, è possibile ipotizzare un protagonismo sempre maggiore dell’Unione europea. Finora è stato il singolo donatore che ha investito di più in Siria, scegliendo di non privilegiare alcune aree rispetto ad altre – come hanno fatto altri donatori sulla base di interessi politici più che di valutazioni sui bisogni umanitari – ma finanziando interventi in tutto il Paese. L’Unione europea è stata la prima a prendere l’iniziativa di eliminare le sanzioni contro la Siria ed è ora in procinto di investire fondi ingenti per la ricostruzione.
Il messaggio da parte dell’UE è sicuramente forte: “Vogliamo essere presenti in Siria con fondi sia per gli interventi di emergenza, sia per quelli destinati allo sviluppo”. Credo si tratti dell’approccio giusto: c’è, infatti, il rischio che la narrativa sulla nuova Siria e sulla possibilità di operare finalmente sul medio e lungo termine, faccia dimenticare che i bisogni umanitari urgenti e immediati sono ancora enormi.
Criticità dell’intervento umanitario
La comunità umanitaria deve interrogarsi su quale sia il suo ruolo visto che, da sola, non può ricostruire un Paese intero, dalle infrastrutture di base al sistema produttivo.
Per avere un piano e delle strategie di intervento efficaci, è necessario disporre di un quadro chiaro e dettagliato dei bisogni esistenti. Negli ultimi due anni non siamo riusciti a realizzare un assessment multisettoriale dei bisogni umanitari di tutto il Paese per le difficoltà di accesso alle popolazioni colpite: non conosciamo i numeri reali delle persone in stato di necessità suddivise per aree geografiche e per settore, si ragiona solo sulla base di stime. Di recente, OCHA In collaborazione con IOM, ha lanciato un “Multi-Sector Needs Assessment” (MSNA) su larga scala, che dovrebbe portare a dei risultati significativi entro la fine dell’anno.
Negli ultimi mesi, il coordinamento delle attività umanitarie è un po’ saltato. In un momento in cui vi è questa sorta di “liberi tutti”, per cui ogni attore umanitario può muoversi dove vuole, e in un contesto in cui i fondi scarseggiano, ciascuna organizzazione fa la corsa a un proprio posizionamento, sfruttando le occasioni che si presentano: tutto ciò a discapito di interventi integrati e coordinati con gli altri attori.
Una delle aree di azione più in voga al momento riguarda i rifugiati e gli sfollati di ritorno ai luoghi di origine. Se, però, dimentichiamo che anche le comunità ospitanti vivono condizioni di estremo disagio e di mancanza di accesso ai servizi di base, rischiamo di alimentare ulteriori conflitti, sociali, etnici, religiosi.
Le attività di WeWorld
Siamo in Siria dal 2011, con tre sedi a Damasco, Aleppo e Deir ez-Zor, al confine con la regione controllata dai curdi delle Forze Democratiche Siriane (SDF).
Il nostro obiettivo generale è di raggiungere le comunità locali più remote e con i bisogni più urgenti, dove le altre organizzazioni non arrivano.
Il modello di intervento è quello dell’“Area-based approach”(2): in ogni zona operiamo prevalentemente negli ambiti di educazione (riabilitazione delle scuole, supporto a insegnanti, studenti e alle loro famiglie); formazione professionale (attraverso l’analisi del mercato locale per individuare opportunità lavorative verso cui orientare la formazione, seguendo il modello “TVET”(3)); accesso all’acqua (riabilitazione e sanificazione di reti idriche, pozzi e cisterne).
Abbiamo identificato l’educazione come ambito strategico anche per far fronte al rischio elevatissimo di drop out, connesso agli alti tassi di lavoro minorile e matrimoni precoci.
Ciò che l’intervento umanitario dovrebbe (e non dovrebbe) essere
Sia i donatori che le organizzazioni umanitarie dovrebbero prestare il massimo dell’attenzione alla sostenibilità degli interventi: se questo governo non sarà in grado di strutturarsi per prendersi cura in maniera autonoma dei propri cittadini, rischiamo di assistere a un ulteriore aggravarsi della crisi in atto. Non spetta al sistema umanitario tenere in piedi i servizi sociali di base, tanto più in un contesto di generale riduzione dei fondi disponibili.
Temo la corsa all’apertura di nuovi programmi, in aree ora più accessibili che in passato, senza un’analisi dei bisogni adeguata, o proponendo schemi utilizzati in altri Paesi, ma che in Siria non possono funzionare; temo l’apertura di nuovi progetti senza una riflessione strategica e senza il coinvolgimento delle comunità locali.
Sono certo che la rinascita di questo Paese, come di qualunque altro Paese, dipenda dalla sua società civile che in questo momento sta vivendo una drammatica rottura della coesione sociale: gruppi etnici e religiosi diversi, sfollati e comunità ospitanti, che si sono allontanati durante il conflitto e che adesso devono vivere di nuovo insieme.
Dobbiamo investire nella formazione degli attori locali, le amministrazioni pubbliche, i ministeri, le ONG nazionali e le organizzazioni della società civile, su strumenti quali l’analisi dei bisogni, la progettazione, la ricerca e la gestione dei fondi: bisogna rendere le comunità locali attrici protagoniste in tutte le fasi dell’intervento umanitario.
È un processo che richiede anni. Oltre che risorse mirate e svincolate da interessi politici ed economici di parte.
Note
(1) Nel 2014, la risoluzione 2165 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha autorizzato la fornitura di aiuti umanitari attraverso quattro valichi di frontiera non controllati dal governo siriano, generalmente per rifornire i territori controllati dalle forze di opposizione. Nel settembre 2014, le operazioni di OCHA in Siria, Turchia e Giordania sono state accorpate all’interno di un unico quadro di riferimento organizzativo dando vita, nel febbraio 2015, all’approccio “Whole of Syria” (WoS).
(2) Secondo tale approccio, gli interventi sono sviluppati da una prospettiva geografica piuttosto che settoriale (interventi multisettoriali), dando priorità al contesto locale, alla partecipazione della comunità e all’integrazione dell’azione umanitaria con componenti quali sviluppo e peacebuilding, al fine di adottare soluzioni sostenibili e durature. Prevede una valutazione dei bisogni guidata dalla comunità, la centralità delle strutture locali esistenti e la collaborazione tra attori locali e internazionali.
(3) “Technical and vocational education and training”: è una modalità di istruzione che fornisce competenze pratiche e conoscenze teoriche per professioni specifiche, in contesti educativi e/o lavorativi, al fine di favorire la ricerca di un’occupazione e promuovere l’imprenditorialità autonoma.