La “calma tesa” della nuova Siria

La “calma tesa” della nuova Siria

di Giuseppe De Mola, da una conversazione con Lorenzo Trombetta, giornalista e analista

L’8 dicembre 2024 ha significato un cambio repentino del quadro politico e militare siriano, perché tutte quelle aree che si trovavano sotto il controllo più o meno formale del governo di Bashār al-Assad sono passate, nell’arco di 36-72 ore, sotto il controllo, anche qui molto diradato, della coalizione di milizie nota come “Hayat Tahrir al-Sham” (HTS), “Ente per la liberazione della Siria”, guidata da Ahmed al-Sharaa.

Il nord-est della Siria rimane sotto il controllo delle Forze Democratiche Siriane (SDF) a guida curda, sostenute dagli Stati Uniti.

In applicazione di una costituzione provvisoria approvata a marzo, il 5 ottobre si sono tenute le prime elezioni parlamentari del dopo Assad.

Il ruolo di Israele dopo l’8 dicembre

Con il cambio di potere a Damasco, si è registrata un’espansione verso est del controllo militare israeliano, partendo dalle alture del Golan – occupate da Israele dal 1967 – con l’obiettivo politico dichiarato di estendere l’influenza diretta e indiretta per fini difensivi, in analogia con gli interventi in Libano contro Hezbollah.

L’espansione riguarda territori che vedono la presenza di risorse naturali importanti, come il fiume Yarmuk, affluente del Giordano.

Il massacro degli Alawiti

La parte siriana degli Alawiti – branca dello sciismo – si è arroccata nella zona di origine, sulla costa mediterranea, intorno al più importante porto siriano di Latakia e all’altra città portuale di Tartus, dove è tuttora presente la principale base navale dell’esercito russo nel Mediterraneo.

Negli ultimi decenni, gli Alawiti sono sempre stati considerati molto vicini al regime di Hafez e di Assad.

Nello scorso mese di marzo, in una sola settimana sono stati massacrati da forze governative e filogovernative circa 1500 civili e diversi villaggi sono stati dati alle fiamme.

Il nuovo governo aveva la necessità di far sfogare la rabbia verso Assad e i suoi sostenitori accumulata per decenni: c’è stata un’autentica calata degli abitanti delle montagne verso la costa, in cerca di vendetta. Si è trattato di un nuovo episodio di cambiamento demografico repentino e forzato tra i numerosi susseguitisi dal 2011 a oggi.

Gli scontri di al-Suwayda

L’area di al-Suwayda, al confine con la Giordania, è stata teatro nel mese di luglio di scontri sanguinosi tra la comunità drusa e tribù beduine, supportate da milizie vicine al nuovo governo. Gli scontri hanno causato la morte di più di un migliaio di civili drusi e lo sfollamento di centinaia di beduini.

L’area ha un valore strategico assai importante per Israele che è intervenuta militarmente sia nella stessa area, sia bombardando il Ministero della difesa del nuovo governo a Damasco (16 luglio), sostenendo di voler proteggere i drusi, presenti in numero rilevante anche in Israele.

Il 16 settembre, il Ministro degli esteri siriano ha annunciato il raggiungimento di un accordo per la sicurezza nell’area di al-Suwayda fra i drusi e il governo di Damasco, con la benedizione degli Stati Uniti che svolgono il ruolo di garante degli interessi di Israele. Il governo ha accettato di cedere parte della propria sovranità su quel territorio a favore delle élite druse e di limitare la propria presenza militare in cambio dell’appoggio degli Stati Uniti per rafforzare la credibilità internazionale del nuovo regime e di Ahmed al-Sharaa in particolare, inserito fino allo scorso luglio nelle liste del Dipartimento di Stato americano come leader di un’organizzazione terroristica.

La periferia di Damasco comprende due quartieri storicamente a maggioranza drusa. Dopo gli scontri di luglio, i prezzi delle case in quei quartieri sono crollati: i drusi stanno svendendo le proprie abitazioni perché vogliono lasciare la città il prima possibile, temendo per la propria incolumità.

Il fronte curdo

Il nuovo governo sta premendo sui curdi dell’SDF perché cedano le armi e accettino di porsi completamente sotto il controllo di Damasco. Ma dopo i massacri degli Alawiti a marzo e gli scontri con i drusi ad al-Suwayda, vi è una comprensibile riluttanza delle forze curde a rinunciare alle armi, viste come l’unica garanzia per la propria sicurezza. Anche perché l’esercito curdo (di cui fanno parte anche arabi delle zone dell’est) è il più numeroso e organizzato del Paese.

I curdi, dal canto loro, propongono di mantenere le armi e di entrare nelle istituzioni di Damasco in un contesto costituzionale condiviso e con la garanzia della pienezza dei diritti, a cominciare dalla possibilità di candidarsi e di venire eletti alle elezioni parlamentari. Se è vero che in un accordo di marzo, all’indomani dei massacri degli Alawiti, si riconosce che i curdi fanno parte della società siriana a parità di diritti con gli altri cittadini, è altrettanto vero che un articolo del decreto elettorale dello scorso agosto stabilisce che non possono candidarsi cittadini siriani che professino o che incitino alla separazione di parti della Siria dal resto dello Stato, utilizzando un termine, ‘separatisti’, con il quale proprio i curdi sono additati dal governo e dai suoi seguaci.

Tra il governo e i curdi dell’SDF vi è una situazione di calma tesa.

Da metà settembre si sono verificati una serie di scontri armati tra forze governative e quelle curde lungo la trincea a est di Aleppo.

Qualche giorno fa, in un incontro a porte chiuse, un rappresentante di forze tribali sunnite ha dichiarato: “Con i curdi bisognerà usare la forza. Noi abbiamo centomila combattenti pronti a intervenire”.

Secondo indiscrezioni giornalistiche, l’Inviato speciale degli Stati Uniti per la Siria, nonché ambasciatore degli Stati Uniti in Turchia e amico di lunghissima data di Trump, Thomas Barrak, avrebbe licenziato dal desk Siria della Casa Bianca una serie di funzionari con posizioni più sensibili alle esigenze curdo-siriane. La linea degli Stati Uniti sarebbe: “Convinciamo il governo di Damasco a cedere con Israele sul Golan e al-Suwayda e, in cambio, consegniamo loro i curdi”. Forse è una ricostruzione troppo brutale, ma in linea con i segnali che arrivano oggi dalla Siria.

Mettere lo sviluppo locale al centro del futuro della Siria

In Siria ci sono ancora, per fortuna, tanti milioni di siriani che sono di per sé una risorsa per il Paese, non sono soltanto bocche da sfamare, “beneficiari” – come sono definiti nel gergo umanitario – passivi, con una pentola in mano ad aspettare che qualcuno la riempia.

Nel lavoro umanitario si ragiona spesso per settori distinti: ogni attore è impegnato nel proprio ambito di competenza e si perde la visione di insieme. Si spende un milione di dollari nel settore dell’educazione, ricostruendo scuole con i tettucci e i pannelli solari: tuttavia, quelle risorse sarebbero più utili se investite in un’economia transettoriale, a favore di un’intera comunità locale che possa gestirle in maniera virtuosa, il più possibile trasparente e inclusiva, utilizzandole non solo per le scuole, ma anche per gli ospedali e gli altri servizi essenziali, per iniziative di micro e media imprenditoria e per il consolidamento dei processi della governance locale.

Per generare moltiplicatori di ricchezza nell’economia locale servirebbero iniziative anche non troppo dispendiose, in grado di ridare lavoro a chi l’aveva già oppure a chi un lavoro potenzialmente ce l’ha ancora, ma non dispone delle risorse necessarie per ricominciare, un’officina, dei macchinari, o magari l’elettricità, che è la carta più importante da giocare, visto che con l’elettricità si muove ogni cosa.

Non è prioritario che la Cina arrivi e impianti la sua grande industria di automobili o che gli Emirati si offrano di costruire una raffineria o un albergo a cinque stelle: queste attività servono soprattutto a loro per riciclare il denaro e per esercitare la loro influenza sul Paese.

Interventi umanitari in ambito sanitario

Già prima del conflitto, la sanità in Siria era avviata sulla strada di una privatizzazione feroce, in analogia con i processi in atto in Libano. Puntare sul sistema sanitario pubblico e su una sanità gratuita per tutti, appare essenziale in questa fase di ricostruzione e di povertà diffusa, anche per non alimentare dinamiche clientelari locali.

Gli interventi umanitari nella sanità andrebbero realizzati localmente e su dimensioni ridotte, perché così si lavora meglio, e perché si potrebbero sviluppare programmi pilota replicabili in altre parti del Paese, meglio ancora se transettoriali e non strettamente confinati al solo ambito sanitario, in grado di sostenere intere microeconomie locali.

Sono interventi che richiedono un’analisi approfondita del contesto e degli attori locali presenti. E i tempi giusti per realizzarli.

Questo articolo è parte della newsletter “Per Principio”, sui temi dell’azione umanitaria