Caso mercantile Nivin: respingimento illegale di migranti
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Un’organizzazione indipendente di avvocati, accademici e giornalisti investigativi ha denunciato l’Italia per il respingimento “privatizzato” compiuto attraverso la nave mercantile Nivin, che nel novembre 2018 su indicazione dei centri di coordinamento marittimo italiano e libico riportò in Libia 79 migranti tra cui 28 bambini, in violazione del diritto internazionale.

Intercettati in mare e riportati in Libia, erano rimasti 10 giorni sul mercantile ancorato a Misurata: rifiutavano di scendere perché temevano per le loro vite, avendo già subito detenzione arbitraria, violenza estrema e traffico di esseri umani durante la loro permanenza nel paese. Alla fine le forze di sicurezza libiche li avevano costretti a sbarcare con la forza.

Le équipe di MSF in Libia avevano raggiunto la nave durante lo stallo e fornito cure mediche a bordo. Abbiamo effettuato oltre 90 consultazioni, testimoniando la disperazione e la vulnerabilità estrema delle persone, ma al nostro staff fu proibito di accedere all’area il giorno dello sbarco forzato, a seguito del quale le persone furono ferite e portate nei centri di detenzione, alla polizia o in strutture simili.

Alla conferenza di lancio del rapporto, oggi a Ginevra, c’era anche Julien Raickman, capomissione di MSF in Libia all’epoca dei fatti, da settembre 2018 a settembre 2019. Ecco cosa ha raccontato:

Avevamo pochissime informazioni sulla situazione seguita allo sbarco forzato, ma alcune delle persone che abbiamo curato sulla Nivin le abbiamo ritrovate nei centri di detenzione che visitiamo regolarmente. Prima che si scatenassero gli eventi, abbiamo allertato le autorità libiche e le organizzazioni internazionali dell’urgenza di trovare una soluzione per evitare violenza e detenzione, ma i nostri tentativi non sono stati ascoltati. Quanto accaduto dimostra un totale fallimento nel fornire la necessaria protezione a persone in cerca di sicurezza. Per prima cosa le persone a bordo della Nivin non dovevano essere riportate in Libia ma in un porto sicuro, secondo gli obblighi del diritto internazionale e marittimo. Tutto quello che è accaduto dopo è sbagliato, moralmente e legalmente. Quelle persone cercavano semplicemente di far valere i loro diritti, erano le vittime ma sono state trattate come criminali. È un bene che Forensic Oceanography e Global Legal Action Network abbiano fatto luce sulla catena degli eventi e le responsabilità dei diversi attori coinvolti, a partire dall’Italia, per dare giustizia ai sopravvissuti. Alcuni di loro sono ancora nei centri di detenzione in Libia mentre parliamo. Questa tragica situazione è il risultato di politiche deliberate degli Stati per impedire che rifugiati, migranti e richiedenti asilo raggiungano i loro confini a qualunque costo, anche respingendoli illegalmente in un paese dove diventano preda di una catena di abusi ormai ben noti” Julien Raickman Capomissione di MSF in Libia

 

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