Abbandonati senza scelta. I profughi ceceni costretti a rientrare in Cecenia

Roma/Mosca, 6 maggio 2003. Oggi, durante una conferenza stampa tenuta a Mosca, Medici Senza Frontiere (MSF) rivelerà i risultati di una ricerca condotta tra il 3 e il 6 febbraio 2003 negli otto campi profughi presenti in Inguscezia. L'indagine, che ha coinvolto 3.209 famiglie, mostra che il 98% dei profughi ceceni residenti in questi campi non vuole rientrare in Cecenia, principalmente perché temono per la loro vita.

Oggi, la situazione in Cecenia continua ad essere insicura per I civili. Il 93% delle famiglie che non avevano pianificato il proprio rientro in Cecenia per il prossimo futuro, individuano nell'insicurezza il problema principale. Le famiglie cecene si rifiutano di tornare in Cecenia anche se le loro condizioni di vita all'interno delle tende di campi profughi continuano ad essere totalmente inaccettabili, con il 54% delle famiglie che vivono in tende prive di riscaldamento e senza pavimento. Un dato molto importante è che il 90% non è a conoscenza di un rifugio alternativo dove andare qualora venissero chiusi I campi in Inguscezia. "Se il campo dovesse chiudere – afferma una famiglia di profughi – scaveremo una buca nella terra e staremo lì tutti insieme". I risultati dell'indagine parlano da soli e mostrano la necessità di costruire e assegnare dei ripari alternativi per circa 2.827 famiglie (14.443 persone) in tutti i campi.

Così, l'assistenza umanitaria in Inguscezia, da un punto di vista qualitative molto povera, non rappresenta un incentivo a restare. L'88% delle famiglie intervistate non ha fatto riferimento all'assistenza ricevuta come motivo della mancata volontà di rientrare in Cecenia. Questo contraddice le dichiarazioni ufficiali che l'assistenza in Inguscezia disincentiva le persone a rientrare nel proprio paese. Inoltre, il sostegno umanitario alla popolazione rimasta in Cecenia è insufficiente, prevalentemente perché l'insicurezza che affligge la popolazione civile cecena colpisce anche gli operatori umanitari.

Le famiglie non hanno l'opzione di rimanere in Inguscezia. A dispetto della scelta delle persone di rimanere in Inguscezia e delle dichiarazioni ufficiali che nessuno sarebbe stato costretto a tornare indietro con la forza, continua ad essere impedito alle organizzazioni umanitarie di provvedere a nuovi rifugi. Alla fine dello scorso mese di gennaio, le autorità ingusce hanno improvvisamente dichiarato che I rifugi temporanei allestiti da MSF erano illegali. Zyazikov, il Presidente inguscio, ha dato l'approvazione a questo programma per ben due volte. Nonostante ciò, un mese dopo l'ultimo incontro con il presidente, la costruzione di rifugi continua ad essere bloccata dalle autorità. Alle famiglie più deboli, individuate attraverso l'indagine condotta da MSF, è stato impedito di raggiungere I 180 rifugi appena completati. La costruzione di altre 1.200 strutture pianificate è sospesa.

La ricerca di MSF mostra, senza alcun'ombra di dubbio, che le famiglie di profughi fuggite dalla Cecenia non voglio tornare nel loro paese e che non hanno altro luogo dove stare in Inguscezia. Le persone non rientrano volontariamente, semplicemente subiscono le pressioni esercitate su di loro per rientrare in Cecenia. "I dritti fondamentali di questa popolazione sono stati cancellati – dichiara Anne Fouchard – il principio del rimpatrio volontario è stato violato: le persone sono state messe nelle condizioni di non avere altra scelta."

MSF lancia un appello al Presidente Zyazikov e alle autorità federali affinché rispettino il diritto fondamentale delle persone a non essere costrette a tornare in cecenia con la forza. Inoltre, MSF chiede alle autorità ingusce di eliminare le procedure amministrative che impediscono alle organizzazioni umanitarie di portare assistenza ai rifugiati. In conclusione, MSF rivolge un appello alle agenzie delle Nazioni Unite affinché venga garantito il diritto di scelta delle persone che non intendono rientrare in cecenia; di agire concretamente per assicurare la protezione alle famiglie in fuga dalla cecenia e di assumere una chiara posizione contro le attuali operazioni di rimpatrio forzato.

Arjan Erkel, capo-missione di MSF in Daghestan (Repubblica confinante con la Cecenia), è stato rapito il 12 agosto 2002. Da allora non si hanno più sue notizie.

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