Assistenza ai rifugiati vittime di violenza sessuale in Uganda. L’intervista

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In Uganda, MSF assiste le vittime di violenza sessuale e di genere nei campi profughi di Bidibidi e Imvepi, dove un numero crescente di rifugiati Sud Sudanesi necessità di questo tipo di supporto. Marie-Anne Henry lavora come ostetrica nei due insediamenti da aprile di quest’anno. 
 
Perché è stato necessario intervenire in questo ambito?
 
Molti rifugiati sud sudanesi sono stati vittime di violenze terribili, incluse quelle sessuali. Sono stati violentati o vittime di attacchi a sfondo sessuale e tanti di loro hanno anche assistito all’uccisione o allo stupro dei loro familiari. Alcune persone sono state violentate diverse volte. È molto importante che queste vittime ricevano assistenza medica e supporto psicologico al più presto ma per molti non è facile parlare di ciò che hanno subito.  Sono traumatizzati e hanno paura. MSF ha allestito una clinica per l’assistenza a vittime di violenza sessuale e di genere per garantire a queste persone uno spazio neutrale dove possano avere accesso a un’assistenza medica e psicologica immediata. Prima che MSF iniziasse le sue attività, quando altri operatori identificavano le vittime di violenza, i loro casi venivano denunciati alla polizia e le vittime dovevano passare attraverso un processo lungo e doloroso prima di poter accedere alle cure. MSF non denuncia i casi alla polizia senza il consenso dei pazienti. La nostra priorità è assicurare a queste persone il supporto di cui hanno bisogno prima che sia troppo tardi.  
 
Che tipo di cure sono fornite da MSF alle vittime di violenze sessuali e di genere? 
 
Nella nostra clinica all’interno del campo profughi di Imvepi, dovei nuovi arrivati vengono portati per la registrazione, forniamo cure mediche di base e supporto psicologico. Durante le consultazioni, effettuiamo i test dell’HIV e, se la violenza è avvenuta nell’arco delle 72 ore, somministriamo la profilassi post-esposizione (PEP) per evitare il contagio insieme alla contraccezione d’emergenza per prevenire gravidanze indesiderate. 
 
Se una donna risulta incinta da meno di 16 settimane e desidera interrompere la gravidanza, la riferiamo a una clinica regionale. Se la gravidanza è già oltre le 16 settimane, l’interruzione non può essere effettuata e riferiamo la paziente alla clinica prenatale di Bidibidi. Abbiamo delle ostetriche specializzate in assistenza alle vittime di violenza sessuale e di genere, così come psicologi e terapisti. Lavoriamo in stretta collaborazione con la clinica di salute mentale di MSF a Bidibidi, dal momento che molti pazienti hanno bisogno di assistenza psicologica per disturbi come quelli da stress post-traumatico e depressione.  Abbiamo pazienti di entrambi i sessi e personale medico maschile per chi lo preferisse. I casi più complicati e quelli relativi a bambini vengono riferiti al nostro centro medico principale a Bidibidi. 
 
Dal momento che è importante per le vittime ricevere l’assistenza di cui hanno bisogno al più presto, formiamo anche il personale medico che lavora nei centri di transito, da dove gli autobus partono verso i campi profughi. Effettuiamo delle donazioni di medicinali e formiamo il personale medico affinché possa monitorare, identificare i casi e fornire supporto psicologico ancor prima di riferire i pazienti a Imvepi. Ciò che noi garantiamo è un percorso di assistenza per i rifugiati dal loro arrivo in Uganda fino all’insediamento nei campi. 
 
Quanti pazienti avete assistito finora? Chi sono queste persone?
 
Finora abbiamo assistito 49 pazienti, compresi tre uomini e venti minori. Il nostro paziente più giovane è un bambino di 5 anni che è stato violentato e attaccato fisicamente diverse volte in Sud Sudan. Il 33% dei nostri pazienti ha subito violenze sessuali in Sud Sudan, il 23% durante il viaggio verso l’Uganda, il 19% al confine fra i due paesi e il 18% nei campi profughi o nei centri d’accoglienza. 
 
Come individuate le vittime?
 
Nel centro di accoglienza di Imvepi effettuiamo dei sondaggi per raccogliere informazioni sui luoghi di provenienza dei rifugiati, sui motivi che li hanno spinti a fuggire e sulla presenza o meno di vittime o testimoni di violenze sessuali. Attraverso questi sondaggi è possibile identificare le vittime di violenza sessuale e di genere. Ogni giorno facciamo anche delle verifiche con altri operatori per sapere se abbiano riscontrato dei casi. Un altro strumento è il passaparola. I pazienti che visitano la nostra clinica parlano di noi con il resto della comunità. Due volte alla settimana organizziamo delle attività di consapevolezza per sensibilizzare le persone affinché ci aiutino a diffondere informazioni sull’assistenza che forniamo.  Anche lavorare insieme alle nostre équipe di sorveglianza sanitaria ci aiuta a identificare le vittime, dal momento che molti di questi casi vengono allo scoperto durante le loro consultazioni per raccogliere informazioni mediche sulla malnutrizione, l’incidenza delle malattie e la mortalità. 
 
Quali sono gli ostacoli che incontrate?
 
Per prevenire l’HIV e le gravidanze indesiderate, i pazienti dovrebbero essere assistiti entro le 72 ore dalla violenza. Se lo stupro è avvenuto in Sud Sudan o al confine, è facile che questo limite temporale venga superato durante il viaggio o nel processo di registrazione e monitoraggio. Anche una volta arrivati nel centro di accoglienza, i rifugiati devono mettersi in fila per la registrazione e la distribuzione di cibo e altri beni di prima necessità. Visitare la clinica per le vittime di violenza sessuale e di genere non è sempre percepita come una priorità.
 
Anche seguire i casi dopo l’insediamento nel campo profughi presenta diverse difficoltà. Gli insediamenti sono molto estesi  e dal momento che i rifugiati si spostano al loro interno è difficile sapere chi sia dove. Insieme alle nostre équipe di sorveglianza stiamo studiando un modo per migliorare la nostra capacità di seguire i casi.  In generale, abbiamo riscontrato una carenza di servizi per le vittime di violenza sessuale e di genere. Più attenzione e risorse dovrebbero essere dedicate alla protezione e alle cure mediche e psicologiche che sono essenziali per queste persone. 

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