Myanmar (Birmania) a 80 giorni dal ciclone

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La dottoressa Mya Aye*, birmana, è appena tornata da Bogaley dove Medici Senza Frontiere (MSF) assiste i sopravvissuti del ciclone Nargis. È il capo progetto, e supervisiona sia le squadre mediche sia quelle della logistica che tutti i giorni raggiungono con le barche la popolazione per prestare assistenza. Ritornerà a Bogaley dopo una settimana di riposo. Ci racconta la sua esperienza.

 

“Ho lavorato per MSF per tre settimane durante l’emergenza. Ho fatto un colloquio con MSF a Yangon, una settimana di formazione, e poi mi hanno mandata a Bogaley. Sono arrivata due settimane dopo il ciclone. Prima lavoravo in una clinica privata a Yangon. Volevo fare qualcosa per le vittime del ciclone. Questa è la ragione principale per la quale lavoro per MSF. Mi sarei sentita colpevole se non avessi fatto niente.

Guidando verso Bogaley, si vede una grande devastazione. La maggior parte delle case non ha il tetto. Ovunque ti giri, vedi distruzione. Ho visto molte persone stare ai bordi della strada e chiedere aiuto. Ho provato una gran pena per loro. La situazione sembrava abbastanza normale nella città di Bogaley. Ma quando abbiamo raggiunto i villaggi con le cliniche mobili, la distruzione era dappertutto. In alcuni villaggi solo il 5% degli abitanti è rimasto, mentre in altri, che sono stati completamente distrutti, non è rimasto nessuno.

Tutti i giorni MSF arriva in barca ai villaggi vicini. Valutiamo lo stato nutrizionale della popolazione e diamo cibo arricchito di nutrienti e pronto all’uso ai bambini malnutriti, alle donne incinte e a quelle che allattano. Facciamo anche visite generiche e vediamo casi di diarrea e anche qualche ferito. Il nostro compito principale, quando stavo là, era la distribuzione di generi di prima necessità. La maggior parte delle persone era molto contenta di ricevere quello che distribuivamo: materiali molto utili per loro, come teli di plastica e zanzariere.

In effetti non vediamo tante malattie ma abbiamo riscontrato parecchi problemi psicologici. La maggior parte delle persone sembra sconvolta: non vogliono parlare del ciclone, vogliono dimenticare questo evento terribile. Ma alcuni vogliono raccontare ed esternare le proprie emozioni. Piangono molto. Hanno bisogno di tempo per guarire, ma non possono essere curati in poco tempo.

Alcune persone vogliono dimenticare ma sembrano assenti. In alcuni villaggi, la gente è gravemente depressa. Non vogliono lavorare affatto e non fanno altro che aspettare gli aiuti. Dal momento che hanno perso tutti i parenti e i loro beni, non hanno più niente. Alcuni vogliono lavorare e proseguire con le loro vite. Ma quelli che non lavorano, beh, per quelli non c’è alcuna speranza.

Quando arriviamo, parliamo con la gente e cerchiamo di capire quali siano i loro problemi. Abbiamo constatato che hanno bisogno di tutto. La maggior parte di loro sono coltivatori ma non hanno più niente per coltivare il riso. Alcuni sono pescatori, alcuni di loro vogliono lavorare, ma non hanno nulla.

La gente è contenta di vedere MSF e ci accoglie con gioia. Questa è una zona rurale e molti non hanno mai visto un dottore, anche prima del ciclone. Per questo sono tanto felici di incontrare i dottori e di raccontare la loro esperienza.

Mi ricordo una storia in particolare: un uomo ci si è avvicinato per raccontare la sua storia. Ci ha detto che durante il ciclone aveva radunato tutta la sua famiglia su una piccola imbarcazione, compresa sua madre e una ventina di membri della sua famiglia. Stava cercando di salvarli ma è arrivata un’onda enorme che ha capovolto la barca. L’intera famiglia, a parte tre persone, è morta.

Continuerò a lavorare per MSF per tutta la durata del progetto. A Yangon i dottori sono tanti. Se io non sono là, non ha grande importanza. Ma quando sono nel Delta, posso fare qualcosa per questa gente. Sono davvero felice di curare i miei pazienti. Mi accolgono, mi ringraziano, sono davvero riconoscenti”.

 

*Il nome è stato cambiato per proteggerne l’identità.
 

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