RDC/Nord Kivu, MSF: cure per sopravvissute a violenza sessuale ostacolate dalle nuove restrizioni delle autorità

RDC/Nord Kivu, MSF: cure per sopravvissute a violenza sessuale ostacolate dalle nuove restrizioni delle autorità

Le autorità de facto della provincia del Nord Kivu, nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo – il Front pour la Refondation de la Nation, precedentemente noto come AFC/M23 – stanno imponendo da mesi forti restrizioni che impediscono alle persone sopravvissute a violenze sessuali di accedere alle cure mediche di cui hanno bisogno.

Misure che mettono a rischio l’accesso alle cure

Dall’inizio del 2026, le autorità responsabili della supervisione dei servizi sanitari nel Nord Kivu hanno introdotto misure che sollevano gravi preoccupazioni in materia di riservatezza medica, etica professionale, tutela delle persone sopravvissute e accesso alle cure.

Tra queste figurano pressioni sul personale sanitario affinché riduca il numero dei casi registrati, per esempio attraverso una definizione più restrittiva della violenza sessuale, riconosciuta soltanto in presenza di segni visibili di lesioni fisiche. Le autorità richiedono inoltre esami fisici invasivi e non necessari dal punto di vista medico per accertare che la violenza o l’aggressione abbia avuto luogo.

Denunciamo queste misure che ostacolano l’accesso a un’assistenza sanitaria essenziale ed espongono le persone a rischi. A seguito degli impegni assunti dalle autorità nei confronti della nostra organizzazione all’inizio di ottobre 2026, chiediamo l’immediata revoca di queste restrizioni e la garanzia di un accesso alle cure sicuro e riservato.

Denunciare per potersi curare

Alle persone sopravvissute viene imposto di sporgere denuncia alla polizia prima di poter ricevere assistenza sanitaria, mentre le cure sono garantite soltanto a chi si presenta presso una struttura sanitaria entro 72 ore dall’aggressione.

Le autorità de facto hanno inoltre imposto alle organizzazioni e agli operatori sanitari, tra cui noi di MSF, l’utilizzo di una documentazione contenente domande invasive, stigmatizzanti e non essenziali ai fini del trattamento medico, come il nome e l’indirizzo delle persone sopravvissute, oltre a informazioni sui presunti responsabili.

Tali richieste compromettono la riservatezza dei pazienti, espongono chi ha subito violenza a ulteriori rischi e violano gli standard internazionali di etica medica. I pazienti, in particolare le donne, riferiscono di essere stati interrogati o minacciati affinché non si rivolgessero alle strutture sanitarie supportate dalle organizzazioni umanitarie.

Intimidazioni che riducono l’accesso alle cure

Il personale sanitario e le organizzazioni partner ci hanno segnalato di essere stati minacciati di sospensione o persino di incarcerazione in caso di mancato rispetto delle nuove misure. Queste intimidazioni stanno già scoraggiando alcuni operatori sanitari dal fornire assistenza essenziale alle persone sopravvissute a violenza sessuale e, in alcuni casi, li stanno spingendo a interrompere del tutto la propria attività per paura, riducendo ulteriormente l’accesso a cure già limitato.

Stiamo già osservando l’impatto di queste restrizioni, con un drastico calo delle consultazioni per le sopravvissute alla violenza sessuale. In diversi centri sanitari che supportiamo nel Nord Kivu, decine di registrazioni relative a queste consultazioni sono state cancellate dai registri, riducendo drasticamente il numero ufficiale dei casi segnalati. Alcuni centri hanno inoltre smesso del tutto di registrare i casi oppure ne hanno riportati pochissimi per diversi mesi.

Dall’analisi dei dati provenienti da alcune delle strutture sanitarie che supportiamo in Nord Kivu emerge che nel mese di agosto 2026 il numero di persone che hanno richiesto queste cure è diminuito del 41% rispetto a gennaio 2026. Altre strutture supportate dalla nostra organizzazione nella stessa zona hanno registrato cali significativi, passando dall’assistenza a circa 80 persone sopravvissute al mese nel 2025 a solo 9 nel 2026.

La priorità deve essere quella di rimuovere gli ostacoli all’assistenza, rafforzare la protezione e l’accesso alla giustizia e affrontare le condizioni che consentono alla violenza sessuale di persistere. Le attuali misure restrittive non sono la strada giusta per raggiungere questo obiettivo: non fanno altro che danneggiare ulteriormente le persone sopravvissute”. Akke Boere coordinatrice delle operazioni di MSF in RDC

Garantire cure sicure e riservate

Abbiamo mantenuto un dialogo costante con le autorità de facto, coinvolgendo anche i loro vertici. Sebbene questi confronti abbiano portato ad alcuni impegni volti ad affrontare il problema, le misure restrittive e dannose sono tuttora in vigore.

MSF chiede al FRN di intervenire immediatamente per garantire che l’assistenza alle sopravvissute alla violenza sessuale sia protetta, riservata, accessibile e incentrata sui bisogni sanitari. È necessario emanare linee guida ufficiali per tutelare gli operatori sanitari da ogni forma di pressione e garantire che le attività si svolgano nel rispetto della riservatezza, senza intimidazioni o rischi per chi cerca o fornisce assistenza”. Akke Boere coordinatrice delle operazioni di MSF in RDC

Allo stesso tempo, sottolineiamo che l’accesso all’assistenza sanitaria non dovrebbe mai dipendere dalla denuncia alle autorità o dall’avvio di un’azione legale. Sebbene sia essenziale che i responsabili rendano conto delle proprie azioni, subordinare l’assistenza alla denuncia rischia di dissuadere le sopravvissute dal ricorrere a cure urgenti, esponendole potenzialmente a ulteriori rischi.

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