Repubblica Centrafricana (RCA) migliaia di sfollati hanno troppa paura per tornare a casa.

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Akke Boere, coordinatrice delle operazioni, descrive la situazione attuale.

A fine marzo il suo team è tornato nella provincia di Vakaga, a circa due settimane dagli attacchi. Com’era la situazione al vostro arrivo?

Abbiamo trovato una città quasi completamente deserta, poiché la maggior parte delle persone era scappata nella foresta o nei villaggi vicini. Abbiamo anche scoperto che due terzi delle case erano stati rasi al suolo dagli incendi. La gente sta cominciando a tornare ma una parte della popolazione di Birao (che secondo le stime del governo era di circa 6mila persone prima degli scontri) è ancora sfollata. E non è la prima volta che questo succede: anche lo scorso ottobre un attacco aveva costretto la gente di Birao a lasciare la propria casa. Il che significa che, a marzo, la popolazione è stata sfollata per la seconda volta in cinque mesi.

Com’è attualmente la situazione a Birao?

Anche se c’è un mercato e le scuole sono state riaperte, la situazione è tutt’altro che normale. Di solito a scuola ci sono 350 studenti, ma adesso ce ne sono solo 70/80. Questo dimostra che molta gente o non è tornata o non si sente tranquilla nel riprendere le normali attività di tutti i giorni in città. A Birao, in questo momento, c’è una forte presenza militare e anche se per adesso la situazione è tranquilla non si può essere sicuri di quello che può accadere tra un momento e la gente ha ancora molta paura.

Può descrivere la situazione umanitaria nella provincia di Vakaga in generale?

Nell’area di Ouandja, gli scontri tra gruppi armati hanno provocato saccheggi e incendi di interi villaggi. Fino a 15mila persone sono ancora nascoste nella foresta dove cercano di sopravvivere in condizioni di vita estremamente disagiate. Gran parte della popolazione della provincia – stimata tra le 35mila e le 55mila persone – non ha accesso a nessun tipo di assistenza sanitaria. Le postazioni sanitarie sono state abbandonate, la maggior parte dei già rari operatori sanitari ha lasciato la zona e da quando sono iniziati gli scontri le scorte mediche non raggiungono gran parte della provincia.

Inoltre, va ricordato che la popolazione della regione viveva in uno stato di crisi già prima dei recenti attacchi di Birao. Gli incidenti hanno aggravato la situazione, ma è dall’ottobre scorso che la popolazione dell’intera provincia è vittima delle violenze.

Può darci un’idea di com’è la vita nella foresta?

E’ molto difficile dare un’idea della vita nella foresta. La gente vive sotto gli alberi, letteralmente. Si è costruita dei rifugi temporanei nella foresta e, per riuscire a sopravvivere, ha cercato di scavare nel terreno per trovare l’acqua. Recentemente non siamo stati in grado di recarci nella foresta per vedere esattamente in che modo la gente sopravviva, tuttavia posso dire che le condizioni di vita nella foresta sono molto, molto spartane.

Cosa sta facendo MSF per assistere questa gente?

Abbiamo due team medici a Birao e Gordil che forniscono assistenza sanitaria di base nella clinica locale due volte a settimana. Nei restanti giorni della settimana, i team si spostano in vari villaggi intorno Birao e Gordil. In questi casi, il team mobile, che è formato da 4/6 persone, arriva in un villaggio in auto con una grossa scorta di farmaci ed effettua le visite una volta a settimana. Il team può visitare fino a 150 pazienti al giorno. Molti pazienti escono dalla foresta per recarsi nella nostra clinica e quindi ritornano nei loro nascondigli. Credo che questo dia un’idea della paura che stanno vivendo.

Che ripercussioni hanno le condizioni di vita nella foresta sulla salute delle persone?

I principali problemi sanitari sono strettamente legati alla mancanza di ripari adeguati e a bisogni primari come l’acqua pulita e il cibo. Le malattie che trattiamo più comunemente sono malattie prevenibili come la malaria, la diarrea, le affezioni respiratorie e le malattie dermatologiche.

Fornite anche generi di soccorso di base agli sfollati?

Nell’ottobre scorso, all’epoca dei primi episodi di violenza nel Vakaga, abbiamo fornito materiali per costruire ripari, coperte e sapone. Al momento stiamo raccogliendo rifornimenti. Questa è un’area molto difficile da raggiungere, ma speriamo ancora di riavviare la distribuzione dei generi di soccorso nel più breve tempo possibile.

Quali sono in questo momento gli ostacoli più grandi per MSF?

Una nostra preoccupazione è la sicurezza. Adesso la situazione è tranquilla, ma dobbiamo monitorarla costantemente per decidere ogni giorno se possiamo circolare sulle strade per fare il nostro lavoro. Inoltre manca il personale sanitario specializzato locale. Molti di questi operatori se ne sono andati dopo i recenti scontri e il fatto che non vi siano medici o infermieri nelle strutture sanitarie locali chiaramente limita la nostra capacità, e anche quella del governo, di fornire assistenza sanitaria.

In più le pessime condizioni stradali aumentano i tempi di percorrenza e riducono il tempo che gli operatori possono dedicare ai pazienti. Ciò peggiorerà ulteriormente con l’arrivo dell’imminente stagione delle piogge. Tuttavia, siamo determinati a proseguire la gestione dei servizi sanitari. Ad oggi MSF è l’unica organizzazione umanitaria internazionale a fornire assistenza nella provincia di Vakaga e noi speriamo che arrivino altri attori umanitari in questa regione dimenticata.

Quali sono i bisogni più pressanti della popolazione della provincia di Vakaga?

Oltre a ripari, acqua pulita, fognature, utensili di base per cucinare e assistenza sanitaria, la gente ha un disperato bisogno di sicurezza. La popolazione residente nell’area di Ouandja e Birao si è letteralmente trovata al centro del conflitto e teme che ciò possa ripetersi. Solo quando cominceranno a sentirsi al sicuro, le persone sfollate potranno tornare alle loro case e a una vita normale.

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