Soccorso Aquarius: le testimonianze dei sopravvissuti e dello staff
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Il 20 luglio la nave di ricerca e soccorso Aquarius, gestita in collaborazione da MSF e SOS Mediterranée, ha soccorso 209 persone da due gommoni in difficoltà nel Mediterraneo centrale e ha recuperato i corpi di 21 donne e un uomo deceduti in mare. 
Di seguito alcune testimonianze di sopravvissuti e membri del nostro staff sul posto.
 
David, 30 anni, Nigeria
Mi sono imbarcato sul gommone tre notti fa. È stata una notte orribile, alcuni uomini sparavano colpi in aria, hanno radunato le persone e le hanno spinte verso il mare. Hanno caricato troppe persone sulla nostra barca, troppe persone. La barca era completamente piena.
Il fondo del gommone si è rotto, il peso delle persone lo ha lacerato e l’acqua ha cominciato a entrare. Quando l’acqua ha raggiunto l’altezza delle ginocchia, le ragazze che erano sedute al centro sono state prese dal panico, urlavano e gridavano. Alcune di loro hanno provato ad alzarsi ma scivolavano indietro nella pozza di acqua e benzina. Alcune mordevano gli uomini con i denti, perché erano intrappolate sul fondo del barcone.
Tutti nel gommone si muovevano in modo concitato. Non potevamo andare da nessuna parte ma le persone si spostavano, cercavano di non scivolare, di non rimanere intrappolate nella pozza di benzina e acqua, ma quando si muovevano da un lato o dall’altro entrava sempre più acqua. Abbiamo cominciato a buttare fuori acqua, la barca era completamente piena. 
Quando è arrivata la nave italiana, sono state portate via per prime tutte le donne ancora in vita. C’era una ragazza ancora viva sotto i corpi dei morti. È stata tirata fuori da sotto i corpi senza vita.
Sono salvo e penso che Dio abbia salvato tutti noi che siamo ancora vivi. Ringraziamo Dio. 
Salire sulla barca è davvero pericoloso. Questa è la verità. Non consiglio a nessuno di prendere la barca. Non posso dimenticare quello che ho visto con questi occhi.
 
Mary, 24 anni, Nigeria, sul gommone insieme al marito
Durante la traversata in mare, l’acqua entrava nella barca. Stavo annegando, lottavo per sopravvivere.
Invece di aiutarmi, le persone mi calpestavano e mi usavano per cercare di stare a galla. Una donna incinta chiedeva aiuto, alcune persone erano già morte. Continuavo a chiedere aiuto ma nessuno mi aiutava. Non respiravo, ho dovuto mordere per cercare di respirare. Ho detto a Dio che non volevo morire. 
Poi qualcuno ha urlato “tua moglie ti sta chiamando” e mio marito mi ha preso la mano e mi ha trascinato per farmi riuscire a respirare. Le persone mi camminavano addosso. Alcuni mordevano mio marito, il suo corpo era pieno di morsi. Ha usato tutta la forza che gli rimaneva, mi ha preso e mi ha stretto contro il bordo del gommone. Così l’acqua ha iniziato a uscire dalla mia bocca. 
Quando è passato un elicottero, abbiamo cercato di farci vedere muovendo le mani e chiedendo aiuto. Ho pensato che anche la polizia libica sarebbe andata bene. Sarei tornata in quella prigione piuttosto che morire in mare. Dio mi ha dato una seconda possibilità. 
Sulla nave che ci ha salvato ho visto un uomo che non mi aveva aiutato. Mi ha detto che non era colpa sua, stava lottando per la sua stessa vita. 
Mary ha passato due mesi in Libia. È stata in prigione in Libia.
Là, in Libia, violentano le donne giovani. Non puoi dire di no. Loro hanno le pistole, urlano, parlano nella loro lingua. Speravo non mi guardassero, che mi vedessero come una donna adulta. Cercano giovani ragazze attraenti. Ti toccano il seno, fanno quello che vogliono, ti cercano. Ti picchiano come animali.
Tutti i giorni le persone piangevano, svenivano, se chiedevi aiuto ti ridevano in faccia. Ogni tanto aprivano la prigione e dicevano di scappare, ma poi ti raggiungevano e riportavano in prigione. 
Questa è la mia testimonianza. Voglio usarla per dire alle persone quanto grande sia Dio.
 
Dott.ssa Erna Rijnierse, medico di MSF sulla Aquarius
 

Quando siamo arrivati sul luogo del soccorso ci ha colpito subito il silenzio. Di solito quando ti avvicini a un barcone le persone agitano le braccia per segnalare la loro presenza. Stavolta erano tutti in silenzio.
Ho chiesto il permesso di entrare nella barca. L’acqua mi arrivava ai polpacci. C’era un odore fortissimo di carburante, misto a urina e altri elementi. Era difficilissimo non calpestare i corpi, ma volevo essere assolutamente certa che le donne fossero davvero oltre il punto di una possibile rianimazione. Alcune di loro erano già in rigor mortis. Era chiaro che non erano morte negli ultimi minuti e potevi vedere nei loro occhi che avevano lottato per sopravvivere.
Dal punto di vista medico non c’era più niente che potessimo fare. Così sono tornata al nostro gommone per vedere i sopravvissuti. Molti avevano bruciore agli occhi dovuto ai gas o al carburante. Altri avevano graffi e morsi sulle gambe, sulla schiena e sulle braccia. Probabilmente glieli avevano procurati le ragazze schiacciate a terra mentre cercavano di liberarsi. Deve essere stato un inferno. 
I sopravvissuti sono traumatizzati, guardano nel vuoto, gli sguardi persi. Quanto hanno vissuto qui è oltre ogni immaginazione. Non riescono nemmeno a riconoscere i propri cari.
Quello che davvero non posso sopportare è che queste ragazze siano morte di una morte orribile per l’unica ragione che non avevano altro modo di venire in Europa. Sono furiosa. Sono arrabbiata contro le politiche che tengono lontane queste persone, che non hanno per loro alcuna importanza. Queste ragazze avrebbero potuto comprare un biglietto aereo e fare un viaggio comodo e sicuro. E avrebbero pagato meno della metà di quanto hanno pagato per questa traversata maledetta. 
Allo stesso tempo, sono estremamente triste perché queste persone non avevano commesso alcun crimine. Non erano malate. Erano persone normali, con tutta la loro vita davanti.
 
Ferry Schippers, coordinatore MSF a bordo della Aquarius
Dopo la chiamata di emergenza, ci è stato chiesto di dirigerci verso est il più velocemente possibile. Le prime informazioni parlavano di 15 morti su uno dei due gommoni. Il numero di corpi senza vita che abbiamo portato a bordo era poi ancora più alto. Ventidue persone decedute. Ventidue morti evitabili.
I miei pensieri sono subito andati a chi era ancora a bordo del gommone in attesa di essere soccorso, mentre fissava i propri cari o le persone conosciute a bordo, giacere senza vita ai loro piedi. Dovevamo portare queste persone a bordo il più velocemente possibile. 
Abbiamo soccorso sull’Aquarius prima i 104 sopravvissuti di questa imbarcazione, poi le 105 persone a bordo dell’altra. Infine, abbiamo recuperato i corpi, forse l’azione più impegnativa.
Le persone che salivano a bordo guardavano nel vuoto, verso un punto lontano. La maggior parte di loro non rispondeva nemmeno quando li accoglievamo sulla nave chiedendo che lingua parlassero. Abbiamo dato loro una piccola borsa con una coperta, biscotti energetici, dell’acqua che bevevano d’un fiato, calze e un asciugamano. 
Un uomo, in francese, mi ha detto: “Mia moglie è morta ed è ancora sul gommone, non so cosa fare…”
Poi abbiamo iniziato l’ultima parte dell’operazione, recuperare i corpi senza vita. Tre uomini sono scesi sul gommone, pieno di corpi che galleggiavano in una pozza di acqua e carburante. Con una barella e una carrucola li abbiamo tirati a bordo uno a uno, nel massimo rispetto. Non importa quanti corpi prendessimo, il gommone sembrava non svuotarsi mai. 
Nella mia mente c’erano moltissimi pensieri. Ero arrabbiato ed ero pieno di tristezza per quelle persone sfortunate, soprattutto donne, che avevano sofferto così tanto. Non avevano commesso alcun crimine tranne quello di cercare una vita migliore in Europa, ma hanno trovato una morte prematura nel mezzo del Mediterraneo, in una instabile barca di gomma piena di acqua e benzina.
 
Ablaygalo Diallo, mediatore culturale di MSF che ha partecipato al PFA
 
 
Allo sbarco, l’équipe MSF di cui faccio parte ha dato supporto psicologico ai sopravvissuti. Tra loro un uomo nigeriano, cha ha visto la moglie morire davanti ai suoi occhi durante la traversata.
Sono rimasto a lungo vicino a lui, all’interno della tenda MSF dove garantiamo privacy e sicurezza ai sopravvissuti più vulnerabili. Mi ha raccontato di come insieme alla moglie sono fuggiti dalla Nigeria e hanno attraversato il deserto. La donna, incinta, durante il viaggio verso la Libia ha perso il bambino.
Nonostante le enormi difficoltà, sono riusciti a partire insieme, imbarcandosi per una traversata pericolosissima. Il gommone stracarico su cui viaggiavano ha ceduto sotto il peso delle persone, più di cento, creando una falla. Le donne che stavano al centro sono morte asfissiate e affogate, mi ha spiegato l’uomo in lacrime.
Non ha più visto sua moglie e si è reso conto solo a bordo dell’Aquarius che era tra i cadaveri, riconoscendola dalla maglietta che indossava. Dopo questo orribile racconto sono riuscito a calmarlo, a convincerlo a chiamare la famiglia a casa, per dire alla madre che era ancora vivo.
Quando ha sentito la voce della madre dopo mesi, ho visto un sorriso spuntare sul suo viso.  È stato difficilissimo per me spiegargli quale sarà il suo futuro ora che è arrivato qui.
 

La campagna #MILIONIDIPASSI: le nostre richieste

 
Più di 60 milioni di persone nel mondo fuggono da guerre, violenze o povertà. Non sono criminali ma uomini, donne e bambini che hanno bisogno di cure mediche, sostegno psicologico e protezione. Chiediamo ai governi e alla comunità internazionale un cambio di passo per affrontare il tema delle popolazioni in movimento come un’urgente questione umanitaria, non più come un problema di sicurezza.
 
Chiediamo l’istituzione di canali legali e sicuri che consentano ai richiedenti asilo di raggiungere l’Europa senza essere costretti a pagare i trafficanti per la pericolosa traversata del Mediterraneo. Intanto, per fermare le morti in mare, serve un meccanismo intergovernativo di ricerca e soccorso in mare dotato di mezzi di soccorso dedicati. Subito!
 
L’Europa deve abbandonare la logica della fortezza da difendere. Chiediamo di superare i muri e il filo spinato, interrompere le deportazioni previste negli accordi con i Paesi d’origine, cessare gli abusi delle forze di polizia, offrire un’accoglienza dignitosa a chi fugge e assistere le persone più vulnerabili.

 

 

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