Giulia Maistrelli

Giulia Maistrelli

Ostetrica MSF

Ci eravamo conosciute in seguito a un “incidente domestico”

  • Salute della donna
  • Bangladesh
Giulia Maistrelli

Giulia Maistrelli

Ostetrica MSF
Ci eravamo conosciute in seguito a un “incidente domestico”
  • Salute della donna
  • Bangladesh

S.Bahar mi aspettava seduta su uno sgabellino nella stanzetta SGBV (Sexual Gender Based Violence) per il nostro appuntamento mensile, sorridendo, come sempre, attraverso i grandi occhi nocciola. Se non fosse per il leggero tremore delle mani intrecciate sul grembo e la smorfia di dolore sul viso gonfio, si potrebbe confondere con una delle tante donne in dolce attesa che affollano la sala d’attesa della clinica di Balukhali.

Ci eravamo conosciute qualche mese prima, in seguito a un “incidente domestico”. Suo marito l’aveva ricoperta di cicatrici. Era venuta in ospedale per farsi curare, e dopo aver ricevuto sostegno medico e psicologico dalle nostre ostetriche, avevamo anche scoperto che era incinta di due gemelli. Da quel momento ogni mese arrivava puntuale per incontrare lo staff SGBV: con il suo solito sguardo loquace e il mento in alto, parlava con una voce sottile ma coraggiosa dei problemi con il marito e le difficoltà della vita di tutti i giorni nel campo profughi più grande del mondo, che conta ormai più di 800.000 persone. Ha rifiutato decisa le nostre offerte di protezione e ricollocamento (per potersi liberare da una situazione di violenza domestica le opzioni sono piuttosto limitate, e generalmente le donne non vogliono perdere la propria famiglia, qualunque sia il prezzo da pagare).

Quel giorno però era venuta perché aveva preso una decisione importante. Era determinata a continuare la gravidanza, ed era venuta per fare un’ecografia. Ed è così che io e lei siamo diventate particolarmente legate; l’ecografia in cui regolarmente osservavamo la crescita delle sue gemelline era diventato il suo momento di gioia, nonché la scusa per uscire di casa, e rideva come una bambina vedendole scalciare.

Il giorno del parto, però, non è andata proprio come ci saremmo aspettate. Si è presentata una mattina di luglio pallida e dolorante, dicendo di non essere potuta venire prima perché la notte non avrebbe potuto fare tutta quella strada a piedi nel fango, aveva paura di perdersi. Alla visita l’ostetrica aveva trovato il cordone ombelicale già disceso nel canale del parto. Ben consci dell’emergenza, siamo riusciti a trasportarla velocemente in ambulanza verso l’unico ospedale che potesse effettuare un cesareo, sempre sostenendo delicatamente il cordone verso l’alto per impedirne lo schiacciamento. Miracolosamente le bimbe sono nate con parto normale poco dopo l’arrivo, ed entrambe si sono salvate.

Dopo il parto S. Bahar tornava a mostrarmi con orgoglio le sue bimbe che crescevano a vista d’occhio, nonostante i sempre nuovi lividi che apparivano sulle sue braccia.

La vita continua

Per me lei è l’incredibile incarnazione della resilienza delle donne Rohingya, che nonostante raccontino la paura e l’umiliazione, la sofferenza e la vergogna, non si lasciano sopraffare da esse, ma continuano indaffarate le attività quotidiane insegnando a tutti che la vita continua. Hanno il viso segnato, la pelle spessa e guardano dritto negli occhi senza pudore, come a trafiggere la coscienza ed esplorare altri mondi. In quel campo, in Bangladesh, si viveva di contraddizioni, di paura e di splendore.

C’era la magia. Una magia bizzarra e capricciosa, che nasce dal profondo dell’umanità. Si avverte il suo battito sordo, che affascina e impaurisce, fa da sottofondo al caos e all’eccitazione. Si mischia fra la miseria, si insinua dalle strade nelle crepe degli shelters, serpeggia fra i campi di riso, ma rimane nascosta. Esce solo al momento opportuno, quando non speri più di vederla. La senti arrivare piano, frusciando nella penombra della sala parto: fra le urla di dolore e le nenie delle anziane che accompagnano la nascita di ogni bambino. È sempre straziante, crudele e potente come un grido di guerra. E così in una danza selvaggia di sudore, il battito di sottofondo preannuncia la fine del dolore e il corpo delle donne compie il rituale più antico e misterioso; consapevole di tutta la sua forza, l’istinto fa perdere la connessione con la realtà ed emerge il mondo primordiale che rende possibile la magia.

 

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