Oussama Omrane

Oussama Omrane

Promotori della salute/Antropologi MSF

Convivere con Ebola

  • Ebola
  • Repubblica Democratica del Congo
Oussama Omrane

Oussama Omrane

Promotori della salute/Antropologi MSF

Convivere con Ebola

  • Ebola
  • Repubblica Democratica del Congo

Quando, l’anno scorso, ho salutato i miei colleghi congolesi prima di tornare a casa ho detto loro: “Oh guardate che si finisce sempre per tornare in Repubblica Democratica del Congo!”. Ed eccomi qua, di nuovo nel paese dalle mille sfumature.

Questa volta però la mia missione è diversa perché il contesto è diverso. Un contesto molto delicato, anzi delicatissimo… Stavolta si tratta di Ebola, una malattia micidiale che non lascia scampo.

Conosco Ebola attraverso gli articoli che ho letto e i racconti dei colleghi incontrati nelle altre missioni alle quali ho preso parte, ma non sono mai stato in prima linea.

Onestamente all’inizio ho avuto paura, ma una volta iniziato il viaggio quel sentimento va via lasciando il posto a tanta adrenalina e desiderio di scoperta, nonché alla consapevolezza che stai andando a fare una cosa giusta.

Le parole d’ordine di un operatore umanitario

Mi trovo a Biakato, nel sud della Provincia dell’Ituri, dove MSF ha un progetto di emergenza. Il mio compito qui è quello di coordinare la squadra dei promotori alla salute. La mia squadra si compone di 16 promotori più due supervisori. Il Congo è un paese fatto di tantissime contraddizioni: ricchezza e povertà, paradiso e inferno e soprattutto epidemie a non finire.

Ebola sta flagellando il paese da oltre un anno, sembra di prendere parte a una guerra di nervi, una guerra dove i due avversari si studiano a vicenda, aspettando ognuno la mossa dell’altro.

A volte questo maledetto virus guadagna terreno, a volte si fa sconfiggere, indietreggia sparendo da un villaggio per tornare poi, ancora più forte, in un altro.

Per un operatore umanitario le parole d’ordine sono: avere i nervi saldi, sangue freddo e, sopra ogni cosa, tanta concentrazione, determinazione e volontà.

La base del successo in questo tipo di missione è la coesione della squadra. Siamo 8 operatori internazionali, viviamo e lavoriamo nella nostra base in condizioni di vita completamente diverse da quelle a cui siamo abituati e dove la regola dominante è la “No Touch Policy”. Gli spazi sono molto limitati, ma nonostante questo ci sentiamo forti e uniti.

L’Ebola non è il nostro unico nemico

Attualmente supportiamo quattro centri sanitari: Alima, Biakato May, Biakato Mine e Katanga. Offriamo assistenza sanitaria primaria gratuita, ma anche cure secondarie pediatriche gratuite. Trattiamo malattie come la malaria, le infezioni sessualmente trasmissibili, l’anemia e assistiamo le vittime di violenze sessuali. Facciamo consultazioni prima e dopo il parto e soprattutto sensibilizziamo la comunità sull’importanza dell’igiene.

Uno si può domandare: perché queste cure quando il nemico numero uno è Ebola?

La maggior parte della gente conosce Ebola ma la ignora. Questa ignoranza genera paura, e la paura provoca rabbia e odio, e l’odio alla fine diventa violenza. Questo è già accaduto e accade ancora nei confronti delle persone impegnate nella risposta contro Ebola.

Immaginatevi sereni e tranquilli nel vostro paese. Poi all’improvviso vi svegliate con una malattia che, da una parte sta avanzando ammazzando tutti, e dall’altra sta portando con sè tanti estranei, macchine, ambulanze, confusione, e voi siete nel bel mezzo di tutto questo.

Che sentimento provereste se non paura, paranoia, e diffidenza?

Questi tre sentimenti sono la benzina sul fuoco ardente sopra cui cuociono le voci e i pettegolezzi. Il contesto attuale in cui ci troviamo ci impone dunque di seguire la “strategia a tappe”.

La strategia a tappe

La gente ha bisogno di essere ascoltata, di essere coinvolta e messa al corrente. Per questa ragione abbiamo stabilito una strategia a tappe per far sì che MSF sia accettata dalle comunità.

Tra le prime cose che abbiamo realizzato ci sono i pozzi per l’acqua. Ne abbiamo costruiti 4 a Biakato Mine e 3 ad Alima. Contestualmente alla costruzione, abbiamo creato e formato dei comitati all’interno delle comunità, il cui compito principale è la manutenzione di questi pozzi: sono il loro gioiello, il loro bimbo da proteggere.

Abbiamo poi incontrato tutti i vari gruppi che compongono le comunità locali, cominciando dai capi dei villaggi, passando da tutte le associazioni locali, fino ad arrivare alla gente comune. Abbiamo ascoltato, discusso, proposto e ricevuto consigli e idee.

La gente ci ha accolto a braccia aperte: “Oussama, noi amiamo MSF, ora fate davvero parte della nostra familgila perché voi siete arrivati, avete bussato alla porta, avete chiesto il permesso e siete entrati… Avete guadagnato tutto il nsotro rispetto, ve lo siete meritato” mi diceva qualche settimana fa uno dei leader di Alima.

Gli attori presenti sul territorio sono tanti, ognuno svolge il suo compito ma collaboriamo tutti insieme. Siamo alleati che combattono lo stesso nemico.

La promozione della salute contro Ebola

Tra le attività di promozione alla salute che svolgiamo c’è l’accompagnamento dei pazienti e dei loro cari nei diversi centri di trattamento. Ogni occasione è buona per sensibilizzare e dare consigli e spiegazioni. Nei diversi quartieri in cui i ragazzi del team di orientamento sono dispiegati, facciamo delle sessioni individuali e di gruppo. Tuttavia, la nostra sfida più grande resta quella di convincere le persone ad andare il prima possibile nei centri e negli ambulatori per farsi curare e non aspettare gli ultimi istanti, quando la situazione rischia di essere irrimediabile.

Frustrazione e determinazione

Mi è già successo di assistere a episodi terribili, prima sulle navi nel Mediterraneo, poi nella mia precedente missione congolese. Ma sentire le grida di una madre, il cui bimbo di 18 mesi si è appena spento è il peggior sentimento che si possa vivere.

Sentire le urla delle mamme ti fa rimanere fermo come un sasso. Smetti di pensare, smetti di camminare, smetti di guardare, sei immerso in un vortice che ti sbatte a destra e a sinistra. Puoi solo sentirti piccolo, incapace, con le mani legate. E al vortice si aggiunge un altro sentimento, ancora più forte: la frustrazione.

Sei frustrato perché non le puoi consolare, non puoi avvicinarti, non le puoi abbracciare, non puoi parlare. Rimani lì muto, osservi in silenzio perché non hai la forza di dire una parola, e piangi dentro di te perché non riesci a farlo con lacrime vere.

Questo vortice dura pochi attimi ma sono attimi infiniti. Una volta riprese le forze e la lucidità hai solo un desiderio: riprendere subito il tuo lavoro con più potenza, più forza, più determinazione e volontà.

É necessario per non farsi travolgere da questi vortici. Siamo vulnerabili, siamo umani, amiamo il nostro prossimo e dobbiamo far sempre tesoro della nostra umanità e delle nostre emozioni. Devi affrontare lo stress a petto aperto, devi saper gestire le tue emozioni, o sarai vittima delle circostanze. Se ti soffermi troppo a pensare alla malattia ti spaventi, smetti di pensare e subentra la paura. E quando la paura ti consuma, allora la malattia ti consuma.

Questa è la normalità che viviamo, che vive la gente del posto con cui conviviamo da mesi. In fondo, forse, sono queste disgrazie che alimentano la nostra forza di andare sempre avanti.

Una sola mano non applaude mai, due si… Noi siamo una mano e la comunità è l’altra mano. Insieme possiamo fare miracoli, possiamoi sradicare Ebola e tutte le altre malattie che flagellano da anni questo grandissimo paese e la sua brava gente.

Condividi con un amico