Barbara Fenati

Barbara Fenati

Donatrice MSF

Da quel momento MSF è diventata una parte di me

Sono donatrice di MSF dal 1994. Fu l’anno in cui ottenni la prima posizione professionale ben retribuita e di un certo prestigio. Per me voleva dire che avevo la possibilità e quindi il dovere morale di sostenere economicamente le cause in cui credevo.

MSF non era la sola associazione che scelsi ma le altre ruotavano, mentre MSF era fissa.

Allora non c’era ancora l’Internet che usiamo oggi e sapevo di MSF molto meno di ciò che so oggi ma li considerai da subito speciali, per tanti motivi: la straordinaria capacità organizzativa che gli permetteva di intervenire subito e in modo estremamente efficace, la dimensione internazionale e i principi fondativi – indipendenza, imparzialità, neutralità – che me li facevano sentire tanto affini al mio modo di sentire e di essere.

Credo che furono la tragedia di Srebrenica e poi l’orrore del Rwanda a farmi pensare le prime volte a MSF. Sapere che c’era MSF a portare sostegno a quelle persone devastate da un odio così violento leniva almeno in parte il dolore che provavo.

Passarono dieci anni e in ogni situazione di crisi sapere che c’era MSF sul campo mi consolava un po’. Avevo bisogno di sapere che c’era. Nel 2004, una decina di giorni dopo lo tsunami dell’Oceano Indiano, lessi su un quotidiano un annuncio di MSF che diceva più o meno così: “Non dateci più soldi per lo tsunami. Ne abbiamo già abbastanza. Se volete, dateceli per tutte le altre emergenze che ci sono nel mondo”. Seguiva elenco.

Ricordo il tuffo al cuore e il sentimento di sconfinata ammirazione: loro, che erano in prima linea da subito in quell’immenso disastro, ci chiedevano di tenere i nervi saldi, di reggere allo “tsunami emotivo” e di pensare a tutti gli altri esseri umani che in quel momento soffrivano altrettanto, se non di più. E non si limitavano a farlo loro per noi – semplicemente girando alle altre missioni i soldi donati per lo tsunami – ma, in modo trasparente, ci chiedevano di assumerci la nostra parte di responsabilità.

Da quel momento MSF è diventata una parte di me.

Altri dieci anni e siamo nel 2014. Negli ultimi tre anni se ne erano andati con brutte malattie prima i miei genitori e poi il mio ancora giovane compagno. La ripetuta immersione in questioni legate al fine vita mi fece capire l’importanza di fare testamento, tanto più che non ho eredi legittimi. Ho molti amici, e infatti disposi subito una lunga lista di legati. All’inizio, nella mia testa, MSF era in quella lista.

Dovevo però designare un erede, e ho pensato subito a MSF. E’ stata la scelta più naturale perché MSF è stabilmente nella mia vita e mi ha dato grande gioia perché, usando quello che lascerò, MSF mi permetterà di fare la mia parte nell’unico modo in cui ho potuto farlo in questa vita. E di farla nel modo per me più giusto: aiutare chiunque sia in difficoltà, in nome della dignità umana, a prescindere dalla razza o dall’appartenenza politica o religiosa e difendendo l’indipendenza da qualsiasi forma di potere, per essere liberi di fare e anche di parlare a voce alta, quando necessario.

Di tutto questo l’umanità avrà sempre bisogno, anche nel più lontano futuro.

 

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