L’altro giorno, mentre ero in macchina, il mio sguardo si è fermato su una bara minuscola, rosa. Era così piccola da sembrare quasi un giocattolo. Ho pensato che, prima o poi, un bambino l’avrebbe occupata.
Quella piccola bara rosa mi è rimasta dentro. Qui le bare si vedono lungo le strade, esposte una accanto all’altra, di tutti i colori e di tutte le dimensioni. Grandi, piccole, semplici, colorate. Pronte per essere vendute.
Sono passati 100 giorni dall’inizio dell’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo. Più di 5400 i casi confermati. Oltre 2.400 persone morte. Numeri che, letti così, sembrano quasi irreali e rischiano di diventare soltanto statistiche.
Ma dietro ogni numero c’è un nome. Una casa. Una madre, un padre, un figlio. Una famiglia che aspetta qualcuno che non tornerà.
Dentro al tutore giallo si suda, tanto. Il caldo diventa soffocante, il respiro pesa, i guanti si incollano alle mani fino a diventare una seconda pelle. Ogni gesto deve essere preciso, ogni movimento controllato. Ogni volta che entriamo in una zona ad alto rischio sappiamo che non stiamo semplicemente indossando una protezione: stiamo cercando di proteggere noi stessi mentre proviamo a salvare qualcun altro.
È difficile raccontare cosa significhi davvero la malattia Ebola. Quello che so è che non è soltanto un virus: è il terrore negli occhi di una persona malata, la distanza che improvvisamente diventa necessaria anche tra una madre e suo figlio. È una famiglia che non può più abbracciare il proprio caro. È una telefonata fatta sapendo che potrebbe essere l’ultima.
Jean Louis aveva 64 anni, era un insegnante, aveva una bella famiglia. Sua moglie è morta per prima, ha contagiato lui e le due figlie. Poi sono arrivati i giorni della malattia: la diarrea, la debolezza, il corpo che lentamente cede e infine i sanguinamenti.
A quel punto Jean Louis aveva capito che sarebbe morto. Ha chiesto una ricarica telefonica. Voleva salutare la sua famiglia, lasciare le cose in ordine, dire quello che forse non aveva mai pensato di dover dire così presto. Poi ha chiamato le nipoti. Erano positive anche loro e si trovavano nella stanza accanto. Ha detto addio. Poche ore dopo è morto.
Alcuni giorni dopo è morta anche la figlia più piccola. Aveva soltanto 20 anni. Vent’anni.
Un’età in cui si dovrebbe parlare di futuro, di amore, di sogni.
Ebola uccide circa la metà di chi si ammala. Tra i più vulnerabili ci sono i più giovani, gli anziani e le donne in gravidanza. Quando vedi una ragazza morire accasciandosi a terra, improvvisamente ogni statistica scompare. È successo qualche giorno fa: era giovane, troppo giovane. In quel momento non c’erano più percentuali, numeri, grafici o comunicati, soltanto una vita che finiva.
Mentre noi cerchiamo di contenere il virus, le persone continuano a vivere con la paura. Continuano a spostarsi, lavorare, andare al mercato, accompagnare i figli, cercare cibo e acqua.
Perché anche durante un’epidemia la vita non si ferma. Ed è forse una delle cose più difficili da comprendere da lontano.
La Repubblica Democratica del Congo non è soltanto Ebola. È un Paese immenso, con comunità che hanno già conosciuto anni di violenza, instabilità e difficoltà. In molte zone la fiducia è fragile e la paura può trasformarsi in sospetto.
Convincere una persona ad andare in un centro di cura, a isolarsi, a lasciarsi assistere da qualcuno che indossa un tutore giallo e una maschera non è semplice.
Per questo la risposta a un’epidemia non può essere soltanto medica. Servono persone, risorse, ascolto, fiducia. Servono équipe capaci di entrare nelle comunità e di restare accanto alle persone. Servono strutture, materiali, formazione, assistenza psicologica, prevenzione e comunicazione.
Noi di Medici Senza Frontiere siamo qui per questo: per curare, proteggere, formare, assistere e contribuire a contenere l’epidemia. Ma nessuna organizzazione può farcela da sola.
Tutto il mondo dovrebbe parlare della Repubblica Democratica del Congo.
Tutto il mondo dovrebbe parlare di questa epidemia di Ebola. Non per alimentare il panico, ma la consapevolezza. Non per trasformare il dolore in immagini da consumare velocemente, ma per ricordare che quelle immagini appartengono a persone reali.
Servono fondi e risorse per continuare a curare i malati, proteggere gli operatori sanitari, prevenire nuovi contagi e raggiungere le comunità più lontane.
Non lasciamo che diventino soltanto numeri. Io continuo a lavarmi le mani, a infilare i guanti, a sudare dentro quel tutore giallo. Continuo a sentire che, per quanto possa proteggermi, non sono mai abbastanza protetta. E continuo a pensare a quella piccola bara rosa lungo la strada. Mi chiedo quante altre ne vedremo. Quanti bambini. Quante madri. Quanti padri. Quanti Jean Louis. Quante ragazze troppo giovani.
100 giorni di Ebola sono già troppi e questa epidemia non può essere soltanto il problema di chi si trova qui. C’è bisogno di una risposta collettiva. C’è bisogno di tutti noi. Adesso.