Javid Abdelmoneim

Javid Abdelmoneim

Presidente internazionale MSF

La principale emergenza sanitaria in Palestina è l’occupazione israeliana

Javid Abdelmoneim

Javid Abdelmoneim

Presidente internazionale MSF
La principale emergenza sanitaria in Palestina è l’occupazione israeliana

In tutta la Palestina, l’effetto cumulativo delle azioni di Israele contro i palestinesi dal 7 ottobre 2023 è evidente: hanno eroso la possibilità per i palestinesi di vivere una vita dignitosa e in salute. È necessario dirlo con chiarezza. Le politiche applicate a Gaza, così come gli sviluppi in Cisgiordania, indicano un progetto più ampio di colonizzazione della Palestina attraverso l’occupazione.

Sono passati oltre 1.000 giorni dall’inizio del genocidio di Israele a Gaza e la punizione collettiva inflitta ai palestinesi continua ancora oggi. Nel contesto di un cosiddetto cessate il fuoco, il mondo si è ormai assuefatto all’idea che i palestinesi vengano mutilati e uccisi ogni giorno nelle loro tende, negli ospedali e per strada. La parola “cessate il fuoco” ha perso ogni significato. Mentre scrivo queste righe, il numero delle vittime continua ad aumentare, così come cresce il disinteresse nei confronti della situazione catastrofica di Gaza, il più clamoroso fallimento politico mondiale degli ultimi decenni.

Giugno è stato il mese più letale dall’ottobre 2025. Al 14 luglio di quest’anno, dall’inizio del cessate il fuoco Israele ha ucciso complessivamente 1.110 palestinesi e ne ha feriti 3.599, continuando nel frattempo ad ampliare il proprio controllo militare sulla Striscia. La cosiddetta “linea gialla” israeliana è un confine mobile che divide la Striscia tra aree sotto controllo palestinese e aree controllate da Israele. Questa linea continua ad avanzare, esponendo al rischio di essere sparato chiunque vi si avvicini, spesso semplicemente per raggiungere il proprio rifugio, raccogliere legna da ardere o cercare del cibo.

Ma non è solo la violenza. Man mano che questa linea si sposta verso ovest, oltre 2 milioni di persone vengono compresse in appena un terzo della Striscia. Non accade per caso: si creano condizioni di sovraffollamento estremo, in cui le malattie si diffondono facilmente e i bisogni essenziali non possono essere soddisfatti.

Ne vediamo gli effetti ogni giorno nelle nostre cliniche: infezioni respiratorie, malattie della pelle e patologie diarroiche, causate dalla mancanza di acqua pulita, di servizi igienico-sanitari e dalle condizioni di vita disumane.

Anche la Cisgiordania ha subito una trasformazione violenta e profonda dal 7 ottobre 2023. Il governo israeliano, l’esercito e i coloni sostenuti dallo Stato hanno accelerato il processo di pulizia etnica, l’espropriazione delle terre, la frammentazione del territorio e lo strangolamento economico, erodendo ulteriormente la presenza e la stabilità del popolo palestinese.

I palestinesi vengono perseguitati nelle loro case, nelle scuole e sulle loro terre, mentre gli aggressori godono di totale impunità. A Nablus e Hebron curiamo pazienti che soffrono di traumi e depressione legati alla crescente violenza e alle restrizioni alla libertà di movimento, che ostacolano ogni aspetto della loro vita, compresa la possibilità di raggiungere un ospedale.

Israele ha continuato a ostacolare sistematicamente l’accesso all’assistenza sanitaria in Cisgiordania e ha deliberatamente smantellato il sistema sanitario a Gaza.

Operatori sanitari, pazienti, ambulanze e ospedali sono stati tutti presi di mira.

Il 26 ottobre 2024, durante un’incursione nell’ospedale Kamal Adwan di Gaza, il chirurgo di MSF, il dottor Mohammed Obeid, è stato arrestato insieme ad altre 57 persone. È uno degli oltre 95 operatori sanitari palestinesi che rimangono detenuti dalle forze israeliane. Ad oggi, il dottor Obeid si trova ancora in un carcere israeliano senza alcuna accusa. Continuiamo a chiedere il suo rilascio incondizionato e immediato.

Il genocidio ha decimato la forza lavoro del sistema sanitario a Gaza, e ci vorranno anni per ricostituirlo. Da ottobre 2023 sono stati uccisi almeno 1.700 operatori sanitari, oltre a 15 membri del nostro staff di MSF, molti dei quali hanno lavorato instancabilmente per decenni. Nessuno è al sicuro a Gaza.

L’accesso delle persone all’assistenza sanitaria è stato ulteriormente limitato da quando, a gennaio, le autorità israeliane hanno revocato la registrazione a 37 organizzazioni umanitarie. Israele ci impedisce di far entrare a Gaza e in Cisgiordania personale internazionale e rifornimenti di prima necessità. Sebbene alcuni aiuti umanitari siano entrati a Gaza, non sono sufficienti. Queste restrizioni arbitrarie fanno parte di una politica punitiva di lunga data applicata da Israele.

Che avvenga attraverso la violenza diretta, lo smantellamento del sistema sanitario, l’ostacolo agli aiuti umanitari, l’induzione della carestia, l’uso dell’acqua come arma, l’aumento delle nascite premature, della mortalità dei bambini e degli aborti spontanei, oppure attraverso la negazione delle cure, dal mio punto di vista è chiaro: la principale emergenza sanitaria in Palestina è l’occupazione israeliana.

I metodi di Israele sono ormai accettati; i leader mondiali hanno normalizzato la condotta del paese. Attraverso il sostegno politico, gli aiuti militari o il silenzio, hanno permesso il proseguimento delle sue politiche.

La situazione non è solo intollerabile; è ormai radicata. A Gaza, il genocidio continua, e in Cisgiordania, la pulizia etnica accelera.

È urgentemente necessario un drastico cambiamento di politica, che dia priorità alla dignità dei palestinesi e alla protezione dei civili, che garantisca un accesso umanitario senza ostacoli e chiami tutti i governi a rispondere delle proprie azioni. Senza tale cambiamento, i prossimi 1.000 giorni non segneranno una svolta, ma la prosecuzione della stessa realtà devastante.

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