Ester Russo

Ester Russo

Psicologa MSF

Naufragi nel Mediterraneo: l’onda grande che ha buttato tutti in acqua

  • Mediterraneo
Ester Russo

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Psicologa MSF
Naufragi nel Mediterraneo: l’onda grande che ha buttato tutti in acqua
  • Mediterraneo

Da inizio settembre un nostro team ha svolto cinque interventi di primo soccorso psicologico rivolto a 104 superstiti a naufragi nel Mediterraneo. L’ultimo tragico evento risale a pochi giorni fa quando una piccola imbarcazione si è rovesciata a causa del maltempo non distante dall’isola di Lampedusa.

Quindici persone sono state salvate da un peschereccio, cinque risultano disperse, tra cui una bambina di 2 anni. L’unica speranza oggi per le loro famiglie è ritrovare i corpi per poter svolgere i rituali di sepoltura.

Fatima* ancora non si dà pace. Il tempo per lei si è fermato quando non ha più visto sua figlia di 2 anni e mezzo dopo che una grossa onda ha capovolto la barca sulla quale viaggiavano. Della piccola, e di altre 4 persone, non c’era più traccia. Dopo giorni continua a vedere l’immagine di lei che la tiene stretta tra le sue braccia.

In quello stesso viaggio Ibrahim*, 9 anni, ha perso sua madre e ora si trova in Italia da solo. Suo padre è rimasto in Libia. Prima del nostro arrivo, Ibrahim aveva fatto un disegno sui tragici eventi di quella notte. È stato un altro ragazzo, che ha perso un cugino nella tragedia, a raccontarci che la madre di Ibrahim era una ferita di guerra. Il conflitto libico le è costato una pallottola nella spina dorsale e una sulla gamba.

Quando sono partiti da Zawiya, in Libia, sapevano che la traversata del Mediterraneo avrebbe potuto trasformarsi in un viaggio mortale, ma rimanere intrappolati nel conflitto libico voleva comunque dire una morte sicura.

Tutti i sopravvissuti di questa ultima tragedia condividono lo stesso identico ricordo: l’onda grande che ha buttato tutti in acqua. Prima di allora erano rimasti per 48 ore senza bere e mangiare a largo del Mediterraneo centrale. Poi a un certo punto la benzina è finita, proprio quando Lampedusa era distante solo 60 chilometri e le condizioni meteo cominciavano a peggiorare.

La barca si è capovolta verso l’una di notte

Vicino a loro per fortuna c’era un peschereccio il cui equipaggio non si è sottratto dal soccorrere i naufraghi. Hanno dato loro dei vestiti asciutti, e poco dopo è cominciata la conta per vedere se tutte le persone erano state tratte in salvo. È a quel punto che la morte ha segnato il futuro di tutti loro: cinque persone non c’erano più.

Da inizio settembre questo è il quinto intervento di supporto psicologico (4 in Sicilia, 1 in Calabria) che abbiamo condotto, a testimoniare come le partenze non si fermino nonostante la totale assenza di navi umanitarie, bloccate da fermi amministrativi e politiche disumane che lasciano queste persone abbandonate a loro stesse con pochissime speranze di essere salvate.

I nostri team hanno incontrato sopravvissuti che sono rimasti anche per 10 giorni in mare senza soccorsi. Uomini, donne e bambini che cercano di raggiungere un posto sicuro per sfuggire dalla morte e l’orrore delle torture in Libia.

Dall’inizio dell’anno, 500 tra loro sono annegate nel Mediterraneo centrale e circa 9.000 sono state riportate indietro con la forza verso la Libia.

E per quelli come Ibrahim e Fatima il viaggio non è ancora finito. Adesso loro, come tutti gli altri sopravvissuti, dovranno poter essere messi nella condizione di poter ricominciare la loro vita.

Prima di lasciarli abbiamo pregato con loro, le mascherine erano bagnate di lacrime.

*Tutti i nomi sono di fantasia.

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