Ospedale di Abs
Da giugno a dicembre 2025 ho lavorato come logista nella città di Abs, governatorato di Hajjah, nello Yemen del Nord, a una cinquantina di chilometri dal confine con l’Arabia Saudita. È una zona semidesertica: per dieci mesi all’anno non si vede una goccia d’acqua, con temperature che sfiorano i cinquanta gradi.
L’area è sotto il controllo di Ansar Allah, gli Houthi.
L’ospedale di Abs, gestito dalle autorità sanitarie locali, è supportato da MSF dal 2015, quasi all’inizio del conflitto tra Ansar Allah e il governo internazionalmente riconosciuto dello Yemen. Parte del personale dipende direttamente da MSF, a un’altra parte MSF versa degli incentivi che però, di fatto, costituiscono l’unica fonte di reddito, essendo gli stipendi pagati molto saltuariamente.
L’ospedale, l’unico funzionante nella parte occidentale del governatorato di Hajjah, è la struttura di riferimento anche per gli sfollati che vivono nei campi presenti nell’area: noi non potevamo visitare quei campi, non essendo stati autorizzati dalle autorità.
L’intervento di MSF si concentra soprattutto negli ambiti della salute materno-infantile e della malnutrizione.
I compiti di una logista
Mi occupavo della manutenzione generale dell’ospedale: i generatori, in funzione ventiquattro ore al giorno; l’aria condizionata, essenziale con quelle temperature; l’approvvigionamento e il monitoraggio della qualità dell’acqua.
Per effettuare interventi di manutenzione nel reparto maternità, dovevamo suonare un campanello per consentire alle donne di coprirsi o di voltarsi verso il muro prima del nostro ingresso.
Nell’ospedale c’era un impianto di produzione dell’ossigeno gestito dalle autorità locali: noi compravamo l’ossigeno da loro invece che da fornitori esterni e ci occupavamo della sicurezza nei processi di produzione, stoccaggio e distribuzione dell’ossigeno nei vari reparti.
Grossa parte del mio lavoro consisteva nel supervisionare le procedure di pulizia e igienizzazione degli ambienti ospedalieri. A causa delle alte temperature, la replicazione batterica era molto elevata, con un conseguente alto rischio di infezioni: in neonatologia, ad esempio, abbiamo avuto diversi episodi di diffusione di Klebsiella. Gli addetti locali alle pulizie tendevano a lavare gli ambienti come le piscine: mescolavano insieme acqua, sapone e cloro, versavano la miscela sui pavimenti da latte riciclate, per poi asciugarli con i tiracqua con le lame di gomma. Sono stati sei mesi di lotta dura contro i tiracqua: volevo eliminarli dall’ospedale.
Divieto di ingresso delle armi
Tra le mie responsabilità rientrava anche la sicurezza all’interno dell’ospedale, incluse le regole per l’ingresso di pazienti e visitatori.
Noi ammettevamo tutti, naturalmente, ma era proibito l’accesso di veicoli militari e portare qualsiasi tipo di arma all’interno dell’ospedale.
Il controllo delle vie di accesso era complicato, anche per il numero elevatissimo di persone che entravano, uscivano e stazionavano nell’ospedale a tutte le ore del giorno: l’ospedale si trova dentro il centro abitato e una certa dose di “permeabilità” era anche un modo per guadagnarci la benevolenza e il pieno supporto della comunità locale.
C’erano sessantacinque guardiani, uomini e donne, assunti dalle autorità sanitarie locali. Era difficile spiegare loro perché non si potesse far entrare persone in uniforme militare: in un Paese in guerra da così tanti anni, la presenza dei militari nelle strade, in un ospedale, è del tutto normale.
Il bombardamento dell’ospedale di Abs nel 2016
Lunedì, 15 agosto, intorno alle tre e mezza del pomeriggio, un’auto si fermò davanti al pronto soccorso dell’ospedale. L’auto era stata ispezionata a vista da uno dei guardiani: le persone a bordo indossavano abiti civili e all’interno del veicolo non erano visibili armi.
Pochi minuti dopo, l’ospedale divenne il bersaglio di un attacco aereo da parte della coalizione guidata dall’Arabia Saudita in guerra contro gli Houthi. Fu colpita, in particolare, l’area tra il pronto soccorso e gli ambulatori. L’obiettivo, come ammesso in seguito dai responsabili dell’attacco, era il veicolo entrato pochi minuti prima nel complesso ospedaliero.
Nell’auto furono trovati i resti di sei persone, tra le quali un bambino. In totale, i morti furono diciannove, tra cui un membro dello staff di MSF.
Né il personale ad Abs di MSF, né quello di collegamento a Gibuti avevano ricevuto alcun avvertimento riguardo un imminente attacco. Le coordinate GPS erano state regolarmente condivise con la coalizione sin dall’inizio delle attività di MSF nella struttura, un anno prima. L’ospedale non ospitava al suo interno alcuna attività politica o militare e l’ingresso delle armi era rigorosamente vietato.
Malnutrizione
Ad Abs, come in tutto lo Yemen, la malnutrizione è un flagello. Dei posti letto disponibili in ospedale, cinquantacinque si trovavano nel reparto di alimentazione terapeutica per pazienti gravemente malnutriti (ITFC).
Quasi la metà della popolazione dello Yemen (circa diciassette milioni di persone) è affetto da grave insicurezza alimentare. Quasi la metà dei bambini sotto i cinque anni (2,3 milioni) è gravemente malnutrita.
Il tasso di mortalità dei bambini ricoverati nel nostro ITFC nelle prime quarantotto ore dal ricovero continua a crescere, indice del fatto che i bambini arrivano in ospedale sempre più tardi e perciò in condizioni sempre più critiche. Una delle cause è rappresentata dai costi del trasporto verso la struttura sanitaria che, abbinati alla povertà diffusa, costituiscono una barriera insormontabile all’accesso alle cure.
La malnutrizione si è ormai cronicizzata per tutta la durata dell’anno, ma ci sono dei picchi della durata di tre-quattro mesi, a partire da settembre. Nel settembre 2024, l’ITFC dell’ospedale di Abs ha registrato un incredibile tasso di occupazione dei posti letto del 200%.
Maternità e interruzioni della gravidanza
In neonatologia avevamo settantasette culle, sia per i bambini nati in ospedale, sia per quelli portati da fuori. La media dei parti era di circa milleduecento al mese.
Per la legge locale, le interruzioni spontanee di gravidanza sono vietate.
Trattavamo le conseguenze dei molti aborti spontanei, dovuti soprattutto alla mancanza pressoché assoluta dei controlli durante il periodo di gravidanza. Giungevano in ospedale donne che avevano abortito qualche giorno o qualche settimana prima, col materiale gestazionale ancora non completamente espulso.
Tra le persone ricoverate, vi erano anche donne con problematiche serie legate alla gravidanza, ad esempio la preeclampsia: l’interruzione di gravidanza era possibile solo quando si fosse trattato di una misura salvavita.
Il taglio dei fondi
Nel 2025, secondo le agenzie delle Nazioni Unite, sarebbero stati necessari almeno due miliardi e mezzo di dollari per rispondere ai bisogni umanitari delle persone più vulnerabili in Yemen: soltanto il 25% del piano è stato effettivamente finanziato.
Una delle ragioni principali è stato il taglio ai fondi per gli interventi umanitari a livello globale disposto dalla nuova amministrazione statunitense (nel 2024, i finanziamenti dei donatori americani avevano contribuito per più della metà al piano annuale di aiuti per lo Yemen).
Questa decisione ha provocato una paralisi quasi totale delle operazioni umanitarie nel Paese. Programmi fondamentali nei settori dell’alimentazione, della sanità, dell’acqua, dell’istruzione sono stati sospesi, causando la privazione di servizi essenziali per milioni di persone.
La situazione si è rivelata ancora più critica nel Nord del Paese a seguito della designazione di Ansar Allah, da parte dell’amministrazione statunitense, come organizzazione terroristica straniera (FTO). L’assenza di un’esenzione umanitaria che tuteli dal rischio di responsabilità per la fornitura di “sostegno materiale” ad Ansar Allah, nonché le restrizioni bancarie associate a tale provvedimento, costituiscono ulteriori blocchi per i donatori.
Nell’ospedale di Abs, l’impianto di purificazione dell’acqua è stato donato da “Oxfam”, e quello di produzione dell’ossigeno da “Save the Children”: adesso, con la sola eccezione di un piccolo intervento di “Handicap International” nell’ambito della riabilitazione, tra le organizzazioni umanitarie è rimasta attiva soltanto Medici Senza Frontiere.
Il paziente in catene
Un giorno uscii dal mio ufficio per il solito giro nell’ospedale. Davanti a me, le scene abituali: le donne di qua, con l’abaya e il niqab neri, sedute sui letti di ferro bianchi nell’ombra delle zanzariere, circondate dai loro bambini; di là, gli uomini avvolti nei mawaz, in attesa del loro turno. Il caldo torrido rendeva tutto calmo e silenzioso.
Il mio sguardo si fissò su uno degli uomini. Era seduto su una panca, a una delle caviglie aveva una catena, come quella fissate alle ancore, che si srotolava sul pavimento tra i piedi degli altri pazienti. Saranno stati cinque metri di catena, almeno.
Immaginai che fosse venuto scortato dalla polizia o dai militari: non era raro che ci ritrovassimo pazienti ammanettati a poliziotti nel pronto soccorso o che nel reparto di maternità portassero donne dal carcere per partorire.
Più tardi, nella nostra auto, lo psichiatra mi disse che quell’uomo era un suo paziente, che veniva periodicamente in ospedale accompagnato da uno dei suoi familiari. Era in condizioni stabili e viveva a casa con la famiglia. Prima di iniziare il trattamento, lo tenevano legato con la catena perché ritenuto pericoloso. Poi, con la cura, le condizioni erano migliorate e la catena era utilizzata solo quando usciva di casa. “In fin dei conti, meglio in catene a casa che in un carcere”.
Una donna logista ad Abs
In generale, per una donna nella logistica non è mai semplicissimo da nessuna parte. Sai già che parti svantaggiata, perché in ogni caso crederanno che tu il cemento non lo sappia fare.
Ad Abs non ho avuto grandissimi problemi, credo perché è un progetto che dura da più di dieci anni e sono abituati a vedere delle donne ricoprire questo ruolo: qualcuna, prima di me, ha aperto la strada.
Al lavoro dovevo indossare abaya e hijab e questo poteva comportare dei problemi pratici. Un giorno il mio capo mi ha chiesto di andare a controllare l’antenna dei telefoni satellitari: “Io con l’abaja, sulla scala pioli, non ci vado”. In Repubblica Centrafricana, mi sono arrampicata su per cinque metri per mostrare al mio team come si usano le imbragature. Lì non potevo. A parte che sarebbe stato culturalmente inappropriato, non potevo rischiare di schiantarmi di sotto incespicando nell’abito lungo.
Il venerdì, soprattutto nel pomeriggio, si svolgevano nelle strade di Abs manifestazioni in supporto della popolazione palestinese: noi, per ragioni di sicurezza, restavamo a casa. Trascorrevo il tempo con il mio collega medico burkinabé che mi spiegava perché nel suo Paese sono contenti che arrivino i russi al posto dei francesi.
In tutto il mio team, c’era solo una donna, la responsabile delle attività di prevenzione delle infezioni: almeno lei poteva entrare nel reparto di maternità senza suonare il campanello per dare alle donne il tempo di coprirsi. Nel mio lavoro, avevo rapporti soprattutto con due colleghi yemeniti, il supervisore della logistica e quello delle attività igienico-sanitarie e idriche. Quest’ultimo era una persona veramente speciale, una delle migliori con cui abbia mai lavorato. Era protettivo nei miei confronti: “Paola – mi diceva – lì non andare perché non è il caso”. Magari con un uomo non l’avrebbe mai fatto, ma è una cosa che mi piaceva tanto. Quando mi incrociava, che correvo per l’ospedale in cerca dei tiracqua di gomma da sequestrare, mi guardava negli occhi e rideva. Rideva.