Giuseppe De Mola

Giuseppe De Mola

Advocacy Manager MSF

Vieni a salvarci, Gesù!

  • Italia
Giuseppe De Mola

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Vieni a salvarci, Gesù!

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A Bolzano sono circa 200 i migranti costretti a vivere in strada, sotto i ponti e nei parchi della città. Tra loro, persone che hanno manifestato l’intenzione di chiedere asilo e per la legge italiana avrebbero diritto nell’immediato a un posto in una struttura di accoglienza.

Tale diritto viene illecitamente negato dalla cosiddetta “Circolare Critelli”, emanata dalla Provincia nel settembre del 2016, che recita: “Sono escluse dall’accoglienza … le persone che risultano essere state presenti in altri stati europei, o in altri stati esteri, nei quali era presente la possibilità di chiedervi asilo, nonché le persone per le quali sia riscontrabile una presenza anche temporanea (non il mero transito) in altre regioni italiane … Un collocamento è possibile soltanto in presenza di gravi motivi che lo rendano assolutamente necessario (p.es. pericolo di danni alla salute) e per un periodo massimo di 3 giorni… Nel caso di famiglie … la possibilità di accoglienza è data in presenza di bambini di età inferiore a 14 anni. Gli eventuali componenti maschi adulti (maggiorenni) del nucleo familiare sono esclusi dalla possibilità di accoglienza temporanea”.

Tra le persone a cui è stata negata l’accoglienza e costrette a vivere in strada, una famiglia curda irachena composta da due adulti e 4 bambini arrivata a Bolzano il primo ottobre. Il 7 ottobre uno dei minori, Adan, affetto da distrofia muscolare, è morto a seguito delle conseguenze di una caduta dalla sua sedia a rotelle.

– Ehi, tu! Niente, non risponde.
– Lascialo in pace.
– Ma da quand’è che sta così?
– Ore, giorni forse.
– E se provassi a toccarlo?
– Lascia stare. L’altro giorno ci ho provato io e quasi mi spaccava la testa con una bottiglia.

È un ragazzo nero. Nigeriano, forse gambiano. Sta tra il pilone e l’asfalto di uno dei ponti di Bolzano. Nascosto come un sorcio, come decine di altri, per nascondersi agli addetti della nettezza urbana: se scoprono dove dormono, arrivano con i loro furgoncini, prendono tutto quello che trovano e buttano nel fiume o portano al macero. A volte, per completare il lavoro, recintano l’area per evitare che le persone ritornino. Come le reti di alcune stazioni ferroviarie, per tenere lontani i piccioni. Questo ragazzo, a furia di vivere così, ha semplicemente deciso che di parlare non vale più la pena.

– Sai che ti dico? Il giorno che apriranno le frontiere, non resterà nemmeno un nero nel vostro paese. Neanche uno. Questa è persecuzione bella e buona.
– E tu perché sei venuto?
– È successo per un pezzo di pane. Si stavano ammazzando alla distribuzione del pane. Le guardie libiche hanno cominciato a sparare. I miei due amici sono morti subito. Io sono arrivato di corsa e ho urlato “Sparate anche a me”, battendomi il petto. Mi hanno colpito con il calcio di un fucile sulla faccia. Guarda qua.

Daniel si tocca i due incisivi in bocca: ballano.
– Per questo sono venuto via dalla Libia.

Ora sono seduto nella chiesa evangelica con una ragazza nigeriana: la notte dorme dentro la chiesa, nell’ingresso, la mattina presto rimette tutto in ordine e poi torna in strada.

Siamo nell’ultima fila. Provano all’organo un corale di Bach per il concerto di stasera. È il 659. “Il corpo della vergine era pregno, ma la sua castità restava pura”.

Ci scambiamo uno sguardo, la ragazza e io, e sorridiamo. Lo so: non è musica che piace a noi. “Nella notte c’è una nuova luce, l’oscurità non deve prevalere, la fede resterà sempre raggiante”.

Ora, qui, è difficile crederci. Non è musica per noi.

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