Rifugiati ucraini in Italia: l’occasione mancata per il sistema di accoglienza e la misura della protezione temporanea

Rifugiati ucraini in Italia: l’occasione mancata per il sistema di accoglienza e la misura della protezione temporanea

di Mariacristina Molfetta, Fondazione Migrantes

Al momento dell’invasione russa dell’Ucraina, nel febbraio del 2022, l’Italia era il Paese europeo con il maggior numero di persone di nazionalità ucraina presenti sul territorio, 250mila, in gran parte donne dedite a lavori di cura o di assistenza familiare. A fronte dei dieci milioni di nuovi rifugiati ucraini arrivati nell’Unione Europea nella prima fase dell’invasione (oggi sono poco più di quattro), a cui è stato consentito di scegliere e cambiare successivamente il Paese di residenza e a cui è stata concessa una forma di protezione temporanea, in Italia sono stati rilasciati 163mila nuovi titoli di soggiorno. La comunità ucraina già presente in Italia non ha, dunque, rappresentato un fattore di attrazione verso il nostro Paese. In termini di nuovi ingressi, i due Paesi che hanno registrato l’impatto maggiore sono stati la Polonia, per via della vicinanza geografica, con un picco di due milioni di rifugiati (oggi sono meno di un milione) e la Germania che ha raggiunto lo stesso picco (attualmente sono un milione e 200mila).

Non sappiamo quanti dei 163mila rifugiati registrati in Italia siano effettivamente rimasti nel nostro Paese, in quanto il primo permesso di soggiorno per protezione temporanea rilasciato – e valido in tutta l’Unione Europea – è stato prorogato automaticamente fino a oggi, senza la necessità di alcun passaggio negli uffici di polizia competenti da parte degli interessati

Un dato interessante riguarda i minori non accompagnati: con l’ingresso dei rifugiati ucraini, la percentuale di affidi familiari sul totale dei minori non accompagnati presenti in Italia si è attestata sul 20%; ma se dal totale scorporiamo i minori ucraini, la percentuale di affidi per le altre nazionalità crolla al 4%.

La prima fase dell’arrivo dei rifugiati ucraini in Italia ha visto delle novità significative riguardo la loro accoglienza, coordinata dalla Protezione civile: oltre alla possibilità di accedere al sistema di accoglienza “regolare” per richiedenti asilo e rifugiati, composto in prevalenza dai Centri prefettizi di Accoglienza Straordinaria (CAS) e dai centri della rete SAI (Sistema di Accoglienza e Integrazione), ai rifugiati ucraini è stata data la possibilità di usufruire di strutture di accoglienza allestite ad hoc e di essere accolti presso nuclei familiari di residenti o di utilizzare sistemazioni alloggiative autonome usufruendo di un sussidio economico statale. Il tutto godendo della possibilità di scegliere il luogo di residenza o domicilio sul territorio nazionale e di convertire il titolo di soggiorno da “protezione temporanea” a “lavoro” in presenza di un contratto. Tutti questi elementi hanno sicuramente favorito un percorso di inserimento sociale più rapido ed efficace.

La speranza era che tali strumenti potessero essere consolidati e trasferiti alla totalità dei richiedenti asilo e rifugiati presenti in Italia, integrando il sistema preesistente: non solo questo non è avvenuto, ma col passare degli anni la quasi totalità degli stessi rifugiati ucraini è stata inserita nel sistema di accoglienza composto da SAI e CAS.

La protezione temporanea non era mai stata attivata a livello di Unione Europea prima degli ultimi sviluppi della crisi ucraina nel 2022. Da allora, non è stata avviata alcuna riflessione approfondita sui risultati ottenuti – in termini di tutela, accoglienza e inserimento sociale delle persone rifugiate – né sull’eventuale opportunità di consolidare questo strumento estendendolo, a regime, ai rifugiati provenienti da altre aree di crisi (si pensi, a titolo esemplificativo, al Sudan). L’eccezione ucraina, in altre parole, non ha messo in discussione l’orientamento delle politiche europee verso una generale riduzione dei diritti e delle tutele per le persone in fuga da conflitti armati internazionali o interni.

Questo articolo è parte della newsletter “Per Principio”, sui temi dell’azione umanitaria