di Laura Silvia Battaglia, giornalista, documentarista e conduttrice radiofonica, in dialogo con Giuseppe De Mola, Medici Senza Frontiere
GD – Descrivere lo Yemen di oggi, a partire dalla sua composizione, è un’impresa ardua
LSB – Lo Yemen si divide tra uno Stato riconosciuto internazionalmente (a Sud) e uno non riconosciuto (a Nord), in guerra tra loro ufficialmente dal 2015, con una terza parte che spinge per l’autonomia.
Il nord del Paese, dal confine con l’Arabia Saudita alla città di Taʿizz – inclusa Sana’a, la capitale del “vecchio” Yemen – è controllato da Ansar Allah, i “Partigiani di Dio”, un movimento politico e militare islamista di ispirazione sciita zaydita. I Partigiani di Dio sono più comunemente noti come “Houthi”, dal nome della famiglia fondatrice originaria della città di Sa’ada, quasi al confine con l’Arabia Saudita.
Il loro sistema di governo è identico a quello iraniano, con una struttura militare e di presenza capillare sul territorio che è molto simile a quella di Hezbollah, modelli studiati dai leader di Ansar Allah direttamente in Iran e in Libano, dove hanno vissuto per qualche tempo.
Gli unici Paesi ad avere relazioni ufficiali con gli Houthi, con sedi diplomatiche a Sana’a, sono lo stesso Iran, la Russia e la Cina.
GD – C’è poi la situazione del Sud del Paese, con le sue spinte separatiste
LSB – Il governo riconosciuto, supportato dall’Arabia Saudita, controlla un territorio che va dalla stessa città di Taʿizz – divisa in due dalla linea del fronte – fino alla punta meridionale, la città di Aden, prospiciente lo “Stretto delle lacrime”, e include il resto del Paese a est fino all’Oman e a nord-est fino al confine con l’Arabia Saudita.
Negli anni della guerra, hanno acquisito un ruolo sempre più rilevante le forze separatiste del Sud. Già negli anni Novanta, il partito “al-Hirak” accusava il vecchio presidente Ali Abd Allah Ṣaleh di indirizzare verso Sana’a tutte le ricchezze prodotte nel Paese, incluse quelle derivanti dal porto di Aden. Nel 2017, nacque il “Consiglio di Transizione del Sud” (STC), formalmente alleato del governo centrale contro gli Houthi, ma in realtà intenzionato a raggiungere l’indipendenza dello Yemen meridionale, grazie anche al sostegno degli Emirati Arabi Uniti che da almeno cinque anni hanno distaccato propri militari in particolare nella città di Aden.
Nel dicembre dello scorso anno, l’STC ha occupato tutto il Sud dello Yemen, inclusa la regione dell’Hadramaut, fin quasi al confine con l’Oman, lanciando un processo costituzionale per la secessione dal resto del Paese. L’Arabia Saudita, però, non è rimasta a guardare e con una controffensiva durata pochi giorni ha ricacciato indietro l’STC, ripristinando la centralità del governo riconosciuto: è storia di questi giorni.
GD – Hai parlato dell’Hadramaut: è la “terza parte” dello Yemen di cui nessuno o quasi si occupa
LSB – Ed è invece fondamentale. È una regione ricchissima di petrolio e di gas, gas che veniva stoccato verso la Cina sin dagli anni Settanta.
Dalla caduta del presidente Ṣaleh, la regione è stata sempre governata in maniera piuttosto autonoma. Tale autonomia, però, non può essere assoluta, per non compromettere gli interessi dei sauditi, che puntano alla costruzione e al pieno controllo di un oleodotto che parta dai pozzi petroliferi della regione, attraversi la città di Seiyun e raggiunga il porto di al-Mukalla, sulla costa meridionale dello Yemen, più a est rispetto ad Aden.
GD – Da dove nasce l’intervento degli Houthi a sostegno dei palestinesi di Gaza?
LSB – Si possono dare due chiavi di lettura: la prima riguarda il credo religioso e culturale degli Houthi, la seconda è la realpolitik. In quanto sciiti zayditi, gli Houthi ritengono che chi va al potere debba meritarselo, difendendo i più deboli: nel mondo arabo nessuno difende concretamente i gazawi, dunque tocca a loro intervenire. Così facendo, sono convinti di acquisire una legittimazione politica e morale sia da parte degli yemeniti che delle potenze regionali, nonché simpatie diffuse anche nelle piazze europee. Il tutto nel solco del loro alleato, l’Iran, a cui dimostrano fedeltà strategica e politica.
Gli Houthi sfruttano il punto sensibile dell’Occidente: i suoi interessi economici. Attentare alla sicurezza della navigazione commerciale nello Stretto delle lacrime, colpendo le navi in qualche modo collegate a Israele, ha accresciuto la loro rilevanza a livello globale e la loro capacità non solo di reazione, ma di deterrenza in diversi scenari di conflitto o di grave tensione in atto. La decisione di intervenire nel Mar Rosso ha certamente causato la reazione di Israele e Stati Uniti, con il corollario di bombardamenti sul Nord dello Yemen, distruzione delle infrastrutture civili, esecuzione dei leader politici degli Houthi, morte di centinaia di civili (oltre che di più di trenta giornalisti, cosa di cui nessuno parla), però tutto questo ha consentito anche un riavvicinamento con l’Arabia Saudita e una ripresa del processo per porre fine al conflitto interno in Yemen: nel dicembre 2025, tra Houthi e governo yemenita c’è stato uno scambio di circa tremila prigionieri, inclusi alcuni aviatori sauditi.
GD – Intanto sta acquisendo un ruolo importante, un altro pezzo di terra conteso, all’ingresso del Mar Rosso, ma dall’altra parte del Golfo di Aden: il Somaliland
LSB – Il Somaliland è un’area della Somalia settentrionale che ha dichiarato la propria indipendenza. Israele è stato il primo Paese a riconoscerlo ufficialmente.
Con il supporto degli Emirati Arabi, Israele vorrebbe sfruttare il porto di Berbera, in Somaliland, come hub logistico alternativo a Gibuti (dove sono presenti basi militari cinesi, statunitensi ed europee), come centro avanzato contro gli Houthi e, indirettamente, contro l’Iran.
L’Arabia Saudita non vuole un’escalation dell’instabilità regionale, ma soprattutto non vuole che Israele possa utilizzare il porto di Berbera come base per colpire lo Yemen con lanci missilistici, attacchi sottomarini o persino con un’offensiva di terra. Quest’ultima ipotesi sarebbe stata proposta da Netanyahu a Trump più volte nell’ultimo anno e mezzo, finendo sempre per essere scartata. Finora.
GD – Le condizioni della popolazione civile in tutto lo Yemen sono drammatiche, per fattori non tutti legati al conflitto
LSB –La prima volta che sono entrata in Yemen dopo l’inizio del conflitto è stata nel 2016. In quell’occasione, ho visitato l’unico ospedale pubblico esistente ad al-Hudeyda. La situazione era già molto grave: c’erano bambini malnutriti ovunque e alle donne venivano chiesti seicento dollari per un parto cesareo, una somma che non potevano pagare in alcun modo.
Sono tornata nello stesso ospedale all’inizio del 2025, a distanza di un mese dal taglio dei fondi USAID disposto dall’amministrazione statunitense. L’ospedale era un girone infernale: i pazienti erano stipati dappertutto, molti distesi per terra perché non c’erano letti né lettighe disponibili; madri vagavano da una stanza all’altra, con i bambini aggrappati a sé, cercando l’attenzione di qualcuno; il numero delle persone malnutrite, così come quello dei decessi era raddoppiato. È stato scioccante. Il direttore dell’ospedale mi raccontò che con i fondi rimasti riusciva a coprire a malapena i costi del gasolio per far funzionare i generatori.
In questo momento, più delle emergenze, il problema principale riguarda il trattamento delle malattie croniche: se hai il diabete, l’insulina non si trova; hai un’insufficienza renale e il macchinario per la dialisi è guasto e non può essere riparato. Durante la gravidanza non si possono fare ecografie.
Dalle zone rurali, per raggiungere l’ospedale più vicino bisogna percorrere chilometri: un litro di benzina costa cinque dollari e nessuno pensa più a spostarsi, nemmeno le donne incinte, costrette a esporsi ai rischi del parto in casa.
GD – Si parla poco della presenza in Yemen di migranti e rifugiati provenienti soprattutto dal Corno D’Africa, lungo quella che viene definita la Eastern Route
LSB – Somali ed etiopi (soprattutto di etnia oromo) continuano ad arrivare in Yemen. Il flusso non si è interrotto nemmeno durante la guerra. Tutti hanno il sogno dell’Arabia Saudita e delle sue ricchezze, non importa se nella realtà finiranno per lavorare come giardinieri o donne delle pulizie, sequestrati nelle dimore degli “sponsor” sauditi e trattati come schiavi.
Molti migranti restano bloccati in Yemen per molto tempo, a causa del conflitto o perché respinti ripetutamente al confine dai sauditi, stazionando nel campo UNHCR di Lahij, uno dei posti ritenuti più sicuri nonostante le condizioni di vita siano drammatiche. Nelle zone controllate dagli Houthi, le milizie li costringono a lavorare in discariche a cielo aperto, un servizio prima del conflitto assicurato da addetti retribuiti dalle autorità governative. Molti vengono arruolati con la forza, finendo per combattere come mercenari nelle varie milizie.
Più in generale, in Yemen chi ha la pelle scura è un essere inferiore, che si tratti di minoranze locali o di migranti stabilitisi nel Paese anche da due o tre generazioni. Queste persone non hanno alcuna possibilità di una scalata sociale, né di ricoprire ruoli non solo apicali, ma anche intermedi nell’organizzazione sociale: sono degli autentici paria.
GD – Mentre si parla molto dell’apartheid di genere in Afghanistan, delle condizioni delle donne yemenite si sa e si dice molto meno
LSB – Le donne in Yemen, il Paese della regina di Saba, hanno sempre guidato l’auto e hanno sempre lavorato negli uffici, col capo coperto o scoperto. Di colpo si sono ritrovate, soprattutto al Nord, in condizioni peggiori di quelle esistenti in Arabia Saudita vent’anni fa.
Una donna, da sola, non può più spostarsi, soprattutto in auto e tra un governatorato e l’altro: deve sempre avere accanto a sé un “guardiano”, il maschio della famiglia più prossimo, pena l’arresto immediato.
Gli Houthi hanno capito che le uniche persone che riuscivano ad aggirare le regole imposte anche dalle autorità, erano le donne: nascoste e, in qualche modo, protette dal niqab andavano dove volevano e si comportavano come volevano. Questa cosa, noi donne, l’abbiamo sfruttata per una decina d’anni e alla fine ce l’hanno fatta pagare.
Anche rispetto al contenimento delle gravidanze, in passato le donne potevano recarsi autonomamente in una farmacia e chiedere dei contraccettivi. Oggi è ancora possibile, in teoria, ma bisogna presentarsi con il proprio marito o con il padre: nessuna donna lo fa, anche perché sarebbe accusata dal personale sanitario di commettere un atto contrario al volere di Dio, un atto proibito: l’utero femminile serve a generare nuovi adepti dello Stato e nuovi combattenti.
È difficile per gli yemeniti riuscire a modificare questo stato di cose dall’interno ed è ancora più drammatico dover accettare l’ipotesi che qualcun altro possa liberarli bombardando le loro case.
GD – Nel tuo lavoro di reporter hai sempre cercato di evitare la rappresentazione dei civili solo come vittime, preferendo evidenziarne il ruolo di attori protagonisti di un possibile cambiamento. Senza riprendere quelle storie, facilmente recuperabili nei tuoi articoli e in un tuo documentario di qualche anno fa, vorrei qui concludere con delle parole di ottimismo, “nonostante la guerra” e nonostante tutto
LSB – Il caos prodotto dalla guerra genera anche delle sacche, dei vuoti che possono essere riempiti da iniziative della società civile, purché non diano fastidio a chi governa questo caos.
La Yemen Women Union (YWU) è un’organizzazione non governativa indipendente, fondata negli anni Sessanta e attiva in gran parte del Paese, incluse le aree controllate dagli Houthi. Ha salvato tantissime ragazze da matrimoni precoci, attraverso un lavoro di sensibilizzazione nelle comunità, rivolgendosi agli anziani e ai religiosi di quelle comunità: grazie a una presenza capillare sul territorio, le donne della YWU riescono a parlare con chiunque, con una enorme autorevolezza.
E poi c’è la resistenza di singole donne, le cui storie sono poco pubblicizzate soprattutto negli ultimi anni: agli uomini di Ansar Allah non piace che queste donne si prendano la scena, soprattutto se non sono allineate alle loro regole.