Mediterraneo, 3 ottobre 2013/2020: “Salvare vite non è un optional”

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Mediterraneo, 3 ottobre 2013/2020: “Salvare vite non è un optional”
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Le 200 persone – donne, uomini e bambini – che hanno perso la vita annegando in mare secondo l’ultimo rapporto di Alarm Phone sono la terribile dimostrazione che nel Mediterraneo Centrale si continua a morire, nella totale indifferenza di governi e istituzioni.

Nella stessa settimana, sono emerse le proposte del nuovo Decreto sull’Immigrazione in Italia e del nuovo Patto europeo sulla migrazione, che non ha fatto alcun passo verso gli obblighi del soccorso in mare, sottoscrivendo invece la strategia italiana del blocco delle navi della società civile.

Perché dobbiamo continuare ad assistere a questa vergogna?

Perché ci viene impedito di reagire con dignità e umanità tentando di soccorrere quanti più esseri umani possibile?

A nulla vale la presenza, fino nella rada del porto di Tripoli, di mezzi militari italiani ed europei.

A nulla il fatto che i voli di ricognizione aerea dell’Agenzia Frontex e di Eunavformed siano in grado di controllare ogni movimento che avviene dalle coste della Libia, di fatto facilitando il respingimento illegale delle persone per procura.

A nulla valgono gli imbarazzanti tentativi di far passare la “Guardia Costiera Libica” come una legittima autorità in grado di soccorrere nel rispetto della vita e della dignità umana: sappiamo tutti che non soccorre, ma cattura e riporta forzatamente nei centri di detenzione in Libia tutti coloro che si mettono in mare per fuggire a schiavitù, torture, violenza e sfruttamento.

Per queste ragioni, l’assurdo tentativo, operato attraverso un accanimento amministrativo di dubbia legalità e di sicura illegittimità, di bloccare ogni assetto di soccorso civile in mare da parte del Governo italiano, appare ancora più grave. La pratica del soccorso civile si è resa in questi anni necessaria a fronte della colpevole assenza delle istituzioni europee con decine di migliaia di vittime accertate e il ripetersi di stragi assolutamente annunciate.

Sea Watch 4, salvataggio in mare

Sette anni dopo la strage di Lampedusa, il Mediterraneo resta uno dei più grandi cimiteri al mondo.

Come organizzazioni di soccorso impegnate nel Mediterraneo, vogliamo solo che le persone non siano abbandonate al loro destino in mare, come previsto da Convenzioni internazionali sottoscritte anche dall’Italia. Vogliamo che la vita umana possa valere di più di ogni altra cosa. Vogliamo esercitare il nostro diritto ad essere solidali, in mare come a terra, verso chi chiede aiuto.

Bloccare, con pretesti tecnico-burocratici, tutte le navi del soccorso civile e i mezzi aerei di monitoraggio mette il Governo italiano in una posizione che contraddice quei principi di legalità e umanità che i suoi ministri dichiarano davanti al Paese.

Chiediamo un confronto serio con il Governo italiano, senza negare la complessità della situazione dovuta alla pandemia e alla posizione geografica dell’Italia. Siamo convinti che su tutto si possano trovare mediazioni, ma non sulla vita delle persone e sul soccorso, al quale tutti hanno diritto.

Le organizzazioni in mare chiedono:

  • Il riconoscimento istituzionale, non solo a parole ma attraverso una pratica sottoscritta dai Ministeri competenti, del valore e dell’obbligo della necessità del soccorso in mare;
  • La fine del blocco delle navi e degli aerei delle organizzazioni della società civile europea;
  • L’immediata assistenza e assegnazione di un porto sicuro entro le 24 ore per tutti i mezzi navali che si trovassero a operare soccorsi in mare, al di là della loro classificazione – come previsto dalla Convenzione per il soccorso in mare nella dicitura “senza ritardo alcuno”-, con procedure sanitarie chiare e uguali per tutte.
  • La riattivazione di un meccanismo europeo per la salvaguardia della vita in mare lungo la rotta del Mediterraneo centrale.

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